Il blog di E-Lex

Cinema e contratti. Seminario di E-Lex e Fabrique du Cinéma

“Ecco, finalmente è arrivato il mio contratto! E adesso?”

Ti senti come Cenerentola con il lupo cattivo?  E allora noi di Fabrique du Cinéma saremo il tuo cacciatore e ti difenderemo dai lupi!  Prepara il panierino, riempilo con le torte di mele e scappa al seminario che abbiamo organizzato con le nostre nonnine, gli avvocati dello studio legale E-Lex, che sapranno darti tanti consigli utili per non farti mangiare!

Si parlerà di contratti, di clausole di esclusiva, di diritti di immagine, diritti di opzione e di prelazione, di pay-or-play e right of first refusal, deposito e tutela dal plagio e di tanto altro.

Sei un attore? Un autore? Allora questo seminario è per te! Ti aspettiamo! Gli avvocati di E-Lex saranno anche a tua disposizione per chiarire i tuoi dubbi.

Il contratto cinematografico – Seminario

A chi è rivolto:        Attori, autori, produttori
Quando:                  3 marzo 2017 alle 17,30
Dove:                      Studio Legale E-Lex, via dei Barbieri 6, 00186
Costo:                     La partecipazione è gratuita, con prenotazione online    

Programma

Ore 17.30
Accoglienza

Ore 18.00
Il contratto cinematografico
Diritti di immagine, diritti di opzione e diritti di 
prelazione
Pay-or-play e right of first refusal
Deposito e tutela dal plagio

a seguire
Buffet

P.A. Digitale Channel: a febbraio riprendono gli incontri di formazione

Continuano gli incontri di formazione di P.A. Digitale Channel.

Che cos’è PA Digitale CHANNEL?
E’ il nuovo canale di formazione on line dedicato alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.
11 video conferenze in diretta all’anno – con cadenza mensile e della durata di un’ora circa – in occasione delle quali l’Avv. Ernesto Belisario illustrerà le principali novità in tema di:
– dematerializzazione degli archivi
– comunicazioni telematiche
– servizi on-line
– sicurezza informatica.
Le video-conferenze, di taglio fortemente operativo, evidenzieranno anche gli adempimenti (e relative scadenze) a carico delle Amministrazioni.
L’obiettivo è quello di supportare gli Enti nel processo di adeguamento giuridico, tecnologico e organizzativo, per garantire la legittimità degli atti e procedimenti e, conseguentemente, evitare azioni di responsabilità.

Prossimo appuntamento: 13 febbraio 2017.

Qui maggiori informazioni sui corsi.

E-Lex aderisce al “Manifesto del Lavoro Ben Fatto”

Lo Studio legale E-lex è uno studio-boutique giovane, dinamico e con lo sguardo rivolto al futuro, nato dalla fusione di diverse realtà professionali operanti da anni nel settore del diritto dell’informatica e delle nuove tecnologie in Italia e nel resto d’Europa.

In E-lex siamo convinti che uno Studio legale possa e debba rappresentare il migliore alleato di un Cliente – che si tratti di una multinazionale, una startup o un’Amministrazione – e che debba accompagnarlo lungo il suo cammino, passo dopo passo, senza limitarsi ad incrociarne la strada in modo episodico.

Siamo convinti, anche, che uno Studio Legale debba condividere le scommesse del cliente e farle proprie, lavorando per tutelarne i diritti egli interessi ed evitando che le norme diventino un ostacolo all’innovazione.

È per questo motivo che E-Lex aderisce con convinzione al “Manifesto del Lavoro Ben Fatto”, l’iniziativa promossa dal sociologo Vincenzo Moretti.

Il manifesto, che riproduciamo di seguito, è articolato in cinquantadue tesi che ben rappresentano la filosofia di lavoro del nostro Studio e che ci piace condividere all’inizio del nuovo anno.

Con l’auspicio di un 2017 all’insegna delle “buone cause” e dei “lavori ben fatti”.

 

IL MANIFESTO DEL LAVORO BEN FATTO

1. Qualsiasi lavoro, se lo fai bene, ha senso.
2. Nel lavoro tutto è facile e niente è facile, è questione di applicazione, dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore.
3. Ciò che va quasi bene, non va bene.

4. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, grazie al lavoro delle donne, degli uomini e delle macchine.
5. Un mondo che sa dare più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che sappiamo e sappiamo fare e meno valore a ciò che abbiamo, è un mondo migliore.
6. Il lavoro è identità, dignità, autonomia, rispetto di sé e degli altri, comunità, sviluppo, futuro.

7. Il lavoro ben fatto non può fare a meno dell’amore per quello che si fa e del piacere di farlo.
8. Il lavoro ben fatto non può fare a meno dei diritti, della dignità, della soddisfazione, del rispetto e del riconoscimento sociale di chi lavora, indipendentemente dal lavoro che fa.
9. Il lavoro ben fatto non può fare a meno dell’etica, della cultura, dell’approccio, del modo di essere e di fare fondati sulla necessità di fare bene le cose a prescindere, in qualunque contesto o situazione.
10. Il lavoro ben fatto non può fare a meno dei doveri di chi lavora, del suo impegno a mettere in campo in ogni momento tutto quello che sa e che sa fare per fare bene il proprio lavoro, come persona e come componente delle strutture delle quali fa parte, con spirito collaborativo, indipendentemente dal lavoro che fa.

11. Fare bene le cose è bello.
12. Fare bene le cose è giusto.
13. Fare bene le cose conviene.

14. Il lavoro ben fatto non è soltanto un modo etico, cooperativo, sociale di pensare e di fare le cose.
15. Il lavoro ben fatto è prima di tutto un modo razionale, utile, conveniente di pensare e di fare le cose.
16. Non importa quello che fai, quanti anni hai, di che colore, sesso, lingua, religione sei. Quello che importa, quando fai una cosa, è farla come se dovessi essere il numero uno al mondo. Il numero uno, non il due o il tre. Poi puoi essere pure il penultimo, non importa, la prossima volta andrà meglio, ma questo riguarda il risultato non l’approccio, nell’approccio hai una sola possibilità, cercare di essere il migliore.

17. Lavoro ben fatto è mettere sempre una parte di te in quello che fai.
18. Lavoro ben fatto è il calore che fai quando fai bene qualcosa, qualunque cosa tu faccia, progettare un ponte, pulire una strada, lavare il pavimento del bar dopo che hai abbassato la saracinesca.
19. Lavoro ben fatto è rispetto di sé, visione, fiducia, voglia di non arrendersi.
20. Lavoro ben fatto è soddisfazione, conoscenza, creatività, potenziale, intelligenza, intraprendenza, connessione, autonomia, innovazione, dedizione, professionalità. Delle persone e delle organizzazioni.
21. Lavoro ben fatto è la qualità che fa muovere un Paese, che lo fa ripartire, che lo sostiene nei suoi percorsi di cambiamento e di sviluppo, che non si accontenta dei casi di eccellenza, che si fa norma, che traduce gli obiettivi in risultati.
22. Lavoro ben fatto è intelligenza collettiva, bellezza che diventa ricchezza, cultura che diventa sviluppo, storia che diventa futuro.

23. Cogliere e moltiplicare le opportunità è lavoro ben fatto.
24. Connettere maestria, creatività e bellezza è lavoro ben fatto.
25. Mettere a valore il sapere e il saper fare delle persone, la conoscenza esplicita e tacita delle organizzazioni, la cultura e la storia delle città e delle comunità è lavoro ben fatto.
26. Investire nella scuola, nella formazione, nella conoscenza, nell’innovazione, nella ricerca scientifica è lavoro ben fatto.
27. Leggere le relazioni tra le persone e le organizzazioni, e i loro significati, dal punto di vista della conoscenza, è lavoro ben fatto.
28. Riconoscere il valore delle donne e degli uomini che ogni giorno con il proprio lavoro danno più significato alle proprie vite e più futuro al proprio Paese è lavoro ben fatto.

29. Il cambiamento riguarda tutti.
30. Le singole persone, senza le quali il lavoro ben fatto non può diventare modo di essere e di fare, senso comune, missione condivisa.
31. Le organizzazioni, destinate ad avere tanto più futuro quanto più riescono a connettere il fare con il pensare, ad affermare idee e modelli gestionali in grado di tradurre con più efficacia le idee in azioni e gli obiettivi in risultati.
32. Le classi dirigenti a ogni livello, alle quali tocca ricostruire il nesso tra potere, inteso come possibilità di disporre di risorse e di prendere decisioni, e responsabilità, intesa come necessità di operare nell’interesse generale delle istituzioni e dei cittadini che si rappresentano.
33. Non è tempo di piccoli aggiustamenti.
34. A partire dal lavoro e dal suo riconoscimento sociale va ridefinito il background, la tavola di valori, di riferimenti e di interpretazioni condivise necessari alle famiglie, alle comunità, ai paesi, al mondo, per pensare il proprio futuro in maniera più inclusiva e meno ingiusta.
35. Va ripensata la relazione esistente tra la capacità di innovare, di competere e di conquistare spazi di mercato e il riconoscimento sociale del valore del lavoro, la possibilità che chi lavora abbia una vita più ricca e consapevole.
36. Il sapere, il saper fare, l’apprendimento per tutto il corso della vita sono una componente essenziale non solo dei processi di emancipazione delle persone ma anche della capacità di attrarre e di competere delle imprese, delle PA, dei territori dei diversi Paesi.

37. Il lavoro ben fatto è il suo racconto.
38. Il racconto ha origini antiche come le montagne.
39. Ogni cosa che accade è un racconto.
40. Raccontando storie ci prendiamo cura di noi.
41. Connettiamo vite, fatti, eventi.
42. Diamo senso al trascorrere del tempo.
43. Ricostruiamo ciò che è successo a vantaggio del significato.
44. Istituiamo ambienti sensati.
45. Incrementiamo il valore sociale delle organizzazioni e delle comunità con le quali in vario modo interagiamo.
46. Attiviamo processi di innovazione e di cambiamento.

47. È tempo di nuovi Omero, di nuova epica, di nuovi eroi.
48. È tempo di donne e di uomini che ogni mattina mettono i piedi giù dal letto e fanno bene quello che devono fare, a prescindere, perché è così che si fa.
49. È tempo di persone normali.
50. È tempo di fare bene le cose perché è così che si fa.

51. Siamo quelli del lavoro ben fatto e vogliamo cambiare il mondo.
52. Nessuno si senta escluso.

 

 

 

 

Garanti UE: approvate Linee Guida per l’attuazione del nuovo Regolamento Privacy

Come molti già sapranno, il nuovo Regolamento Privacy (Regolamento UE 2016/679), pubblicato lo scorso 4 maggio ed entrato in vigore il 24 dello stesso mese, sarà definitivamente applicabile in via diretta in tutti i Paesi UE a partire dal 25 maggio 2018.

Quello che ancora in pochi sanno è, tuttavia, che per la sua completa attuazione sarà richiesta e si renderà necessaria la collaborazione degli Stati Membri, che dovranno, a tal fine, seguire quanto indicato dal Gruppo dei Garanti UE (WP 29) nei propri provvedimenti.

Un primo passo in tal senso si è avuto lo scorso 13 dicembre, giorno nel quale sono state approvate, dal Gruppo dei Garanti Ue (WP 29), una serie di Linee Guida relative ad alcune delle principali novità introdotte con il nuovo Regolamento Privacy.

I documenti, al momento disponibili solo in lingua inglese, si concentrano principalmente su tre profili: il Data Protection Officer, il diritto alla portabilità dei dati, i criteri per l’individuazione dell’Autorità Capofila.

1. Il Data Protection Officer o Responsabile del trattamento è una figura prevista dal Regolamento Privacy all’art. 37.
In particolare al DPO compete: fornire consulenza al titolare o al responsabile sugli obblighi derivanti dalla normativa; sorvegliare l’osservanza dell’applicazione del regolamento; cooperare con le autorità di controllo.
È opportuno evidenziare in tale sede come la sua nomina sarà obbligatoria per tutti i soggetti pubblici e solo per alcuni soggetti privati e dovrà possedere una serie di competenze tecniche e professionali, nonché godere di indipendenza ed inamovibilità nell’ambito dell’organizzazione gestita dal titolare del trattamento, secondo quanto indicato nel documento promosso dal WP 29.

2. Sicuramente, il diritto alla portabilità dei dati è una delle novità maggiormente apprezzate del nuovo Regolamento europeo. Consiste, essenzialmente, nel diritto dell’interessato sia di poter ricevere in formato strutturato, comune e leggibile i dati da lui forniti ad un titolare del trattamento, sia di poter agevolmente trasferire i dati da lui forniti, da un titolare del trattamento ad un altro. Considerando l’era digitale nella quale viviamo e che i social network e la posta elettronica rappresentino strumenti indispensabili nella vita privata e lavorativa di ciascuno di noi, è chiaro che questa novità rappresenti sicuramente un profilo innovativo e rilevante che incarna l’essenza della libertà di scelta dell’utente rispetto ai servizi offerti sul mercato dai diversi operatori. Le linee guida promosse dal Gruppo dei Garanti tendono ad evidenziare tale assunto.

3. Da ultimo, ma non per importanza, il Gruppo dei Garanti Ue si è anche espresso con un separato documento sui criteri da dover seguire per la corretta individuazione dell’Autorità Capofila nel caso in cui trattamenti siano transnazionali e coinvolgano la competenza di più Autorità nazionali di Controllo.

È innegabile che quanto approvato pochi giorni fa, dal Gruppo dei Garanti Ue, rappresenti solo un primo passo, seppur apprezzabile, nel lungo percorso che potrà ritenersi effettivamente concluso, forse, nel 2018.

La complessità dell’opera di riforma, rispetto alla quale molti degli operatori presenti sul mercato dovranno quotidianamente ed attentamente interfacciarsi, per evitare di incorrere nelle pesanti sanzioni milionarie previste dal nuovo Regolamento, appare dunque sempre più chiara.

Lo Studio E-Lex, grazie all’esperienza maturata, assiste e supporta pubbliche amministrazioni e privati nel processo di adeguamento alla normativa europea. Per maggiori informazioni e contatti, clicca qui.

Start up e diritto: cosa bisogna sapere?

In questo video, pubblicato da SMAU Academy, Giovanni Maria Riccio, socio dello studio e-Lex spiega i principi giuridici della start-up.

 

Corte di Giustizia e opere fuori commercio

La sentenza della Corte di Giustizia sulle opere fuori commercio (causa C‑301/15, Soulier e Doke) è senza dubbio destinata ad avere un impatto significativo e non solo sull’ordinamento francese, direttamente investito dal caso.

Il Conseil d’État, con decisione del 6 maggio 2015, ha rimesso alla Corte di Giustizia la domanda di pronuncia pregiudiziale sull’interpretazione degli artt. 2 e 5 della direttiva 2001/29/CE (direttiva c.d. InfoSoc) in relazione al Decreto n. 2013-182, del 27 febbraio 2013, recante applicazione degli articoli da L. 134-1 a L. 134-9 del Codice della proprietà intellettuale. Gli articoli in questione, introdotti in Francia dalla Legge del 1 marzo 2012 sullo sfruttamento digitale dei libri non disponibili del XX secolo, prevedevano la possibilità della digitalizzazione di massa per le opere letterarie fuori commercio e pubblicate prima del 2001.

La legge francese prevede che le collecting society rappresentative possano autorizzare le biblioteche a digitalizzare tali opere e a metterle a disposizione del pubblico per mezzo di una banca dati pubblica. È appena il caso di ricordare che tali opere, pur essendo fuori commercio, sono ancora coperte da diritti d’autore: la legge, quindi, in caso di disaccordo, riconosce all’autore o all’editore, in caso di disaccordo, la facoltà di notificare alla collecting society la propria volontà di escludere dalla banca dati anzidetta le opere di cui detengono i diritti. Tale comunicazione deve avvenire entro sei mesi dall’inserimento dell’opera nella predetta banca dati.

Il quesito affrontato dalla Corte di Giustizia è essenzialmente questo: una legge che consenta alle collecting society la facoltà di autorizzare la riproduzione e la comunicazione al pubblico delle opere è in contrasto con gli artt. 2 e 5 della direttiva InfoSoc, che concedono invece detta facoltà agli autori e non agli organismi che gestiscono collettivamente i loro diritti?

La risposta della Corte, in linea con l’opinione dell’Avvocato Generale del luglio scorso, è affermativa. È necessario, quindi, il consenso del titolare del diritto (autore o editore) per l’inserimento dell’opera nella banca dati.

Continua qui.

Quali diritti per Banksy?

Ha fatto molto discutere la distruzione di un murales di Banksy, intitolato “Spy Booth”, dipinto sul muro di un edificio privato e demolito durante i lavori di ristrutturazione dell’immobile.

La notizia ha riacceso la discussione sui diritti degli street artist e sulla tutela giuridica delle loro opere.

Diritto d’autore sull’opera

Non sembrano esservi particolari dubbi in ordine al fatto che le opere rientranti nella categoria della street art possano essere tutelate dal diritto d’autore. Storicamente, sia negli ordinamenti di common law sia in quelli di civil law, il diritto si è dimostrato disinteressato alla liceità del supporto che contiene l’opera.

Per quanto riguarda l’inquadramento nelle opere tutelate, il diritto americano, com’è noto, accorda un copyright a tutte le creazioni autoriali che rispettino il carattere dell’originalità e che siano fissate in un mezzo di espressione tangibile.

Analogamente, l’art. 1 della legge sul diritto d’autore stabilisce che sono protette tutte “le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”.

In entrambi gli ordinamenti, quindi, si assiste all’indifferenza del legislatore rispetto al mezzo o alla forma di espressione. Le opere dell’ingegno, infatti, sono oggetto di tutela, a prescindere sia dalla loro qualità artistica o dalla loro utilità, sia dal loro carattere illecito o immorale dell’opera o del suo corpus mechanicum.

In generale, quindi, è indiscutibile che le opere della street art rientrino nell’alveo dell’art. 2, comma 1, n. 4) che abbraccia “le opere della scultura, della pittura, dell’arte del disegno, della incisione e delle arti figurative similari”. Peraltro, e trattasi di punto pacifico in dottrina, l’elencazione dell’art. 2 l.d.a. ha natura indicativa e non tassativa e, quindi, possono essere protette tutte le opere che abbiano i caratteri della novità e della creatività e che siano state oggetto di un processo di “concretizzazione, estrinsecazione o esteriorizzazione”.

Risulta evidente, quindi, che l’autore dell’opera avrà il “diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo originale, o derivato” (art. 12 l.d.a.) e, nello specifico, il diritto di riproduzione, riconosciuto, a livello di diritto interno, dall’art. 13 l.d.a.

Alla luce di tali rilievi, ne discende chiaramente l’illiceità della prassi, per quanto ampiamente praticata, di riprodurre su prodotti di merchandising (tazze, t-shirt, ecc.) murales e altre opere della street art.

Proprietà dell’opera

Se il tema del diritto d’autore sulle opere di street art appare di agevole risoluzione, più complessa, invece, risulta essere la questione della proprietà del supporto che racchiude l’opera.

Preliminarmente, deve rilevarsi che le espressioni street art e graffiti art hanno una valenza del tutto descrittiva, atteso che i loro confini, anche all’interno della critica artistica, sono tutt’altro che definiti. È appena il caso di osservare che il diritto è indifferente rispetto al valore artistico dell’opera, ma che, in seno all’arte contemporanea, tale difficoltà classificatoria è ampiamente studiata e criticata. Spesso si tende a considerare, per dirla con Gombrich, che l’arte è ciò gli esperti hanno reputato tale: e, quindi, nel terreno che ci interessa, diviene difficile determinare se alcune espressioni della street art, come ad esempio i tag (le firme utilizzate dai graffitari per segnare il proprio passaggio) meritino di essere ricondotte in seno ai fenomeni artistici e, di conseguenza, godere di una forma di protezione giuridica.

Da un punto di vista tecnico, poi, non può non osservarsi che alcune opere possono essere rimosse dal loro supporto (come ad esempio i poster o taluni stencil) e, quindi, vivere di vita propria, a prescindere dalla loro “base”.

È scontato affermare che la proprietà della superficie su cui incide l’opera coincide con quella del proprietario dell’edificio. Tuttavia, tale relazione dominicale, una volta riconosciuto il valore artistico dell’opera, non dovrebbe spingersi sino alla possibilità di distruzione dell’opera stessa.

Si tratta di un’ipotesi espressamente disciplinata dal diritto americano. Il VARA (Visual Artists Rights Act – §106A U.S. Copyright Act), a tal riguardo, riconosce all’autore abbia il diritto all’integrità dell’opera, che non può essere distrutta dal proprietario dell’edificio nei casi in cui sia possibile rimuove l’opera stessa.

Al riguardo, il VARA stabilisce che il proprietario dell’immobile abbia l’obbligo di comunicare all’autore la scelta di distruggere (o di apportare modifiche significative che inciderebbero sull’integrità dell’opera) il muro. In realtà, il proprietario è tenuto ad un good faith attempt ossia dovrà dimostrare, in caso di distruzione dell’opera e di pretesa lesione da parte dell’autore, che si è impegnato per individuare l’autore stesso, atteso che, generalmente, gli autori ricorrono ad acronimi o a pseudonimi nel firmare le loro opere.

L’autore, una volta ricevuta la notification, ha novanta giorni per rimuovere l’opera, a proprie spese; decorso tale termine, il proprietario ha la possibilità di distruggere l’opera stessa. È evidente che il meccanismo prescelto dalla legislazione americana determina un percorso virtuoso: il proprietario dell’edificio ha, a seconda della propria convenienza economica, il diritto di alienare il bene ovvero di chiederne formalmente la rimozione, riducendo l’incertezza e i costi transattivi potenzialmente associati alla facoltà dell’autore dell’opera di agire in giudizio.

Il VARA, forse in un eccesso di furore regolamentare, prevede anche una sorta di discrimen tra atti vandalici e opere tutelate. Queste ultime sono solo quelle che rispettino lo standard della recognized stature, che ricorre nei casi in cui l’opera si riconosciuta meritevole di tutela da critici d’arte, altri appartenenti alla comunità artistica o addirittura da “cross-sectionof society”(come fissato dalla giurisprudenza nel caso Pollara). È evidente che i parametri in questione sono talmente ampi da abbracciare un numero di produzioni artistiche molto ampie, tenendo conto anche di avanguardie e di creazioni dell’ingegno non ancora elevate al rango di opere d’arte dalla critica dominante.

Si accennava poc’anzi al fatto che il VARA trovi applicazione esclusivamente nei casi in cui l’opera possa essere materialmente rimossa. Al riguardo, occorre osservare che, recentemente, sono state sviluppate tecniche sofisticate che consentono di spostare l’opera, incidendo sul profilo “epidermico” della superficie utilizzata.

La questione è stata affrontata dalla giurisprudenza statunitense in due casi, che conviene passare in rassegna.

Il primo è English v. BFC, in cui un gruppo di artisti ha agito in giudizio per impedire la distruzione di una serie di sculture e di opere murarie realizzate all’interno di un giardino comune. La distruzione delle opere era minacciata dal progetto di costruire un edificio in luogo del giardino in questione.

La Corte si espresse in senso favorevole agli artisti, statuendo che nel caso di opere realizzate illegalmente e senza il preventivo consenso dei proprietari, era ammissibile la distruzione delle opere, laddove le stesse non potessero essere rimosse senza danneggiarle o distruggerle. Appare evidente, nel caso di specie, il conflitto tra diritti proprietari, risolto a favore dei proprietari immobiliari, ritenendo prevalente l’interesse economico di questi ultimi di poter monetizzare con un mutamento della destinazione del bene immobile considerato.

Continua su Marchi e Brevetti Web http://www.marchiebrevettiweb.it/angolo-del-professionista/7346-quali-diritti-per-bansky.html

Corso di aggiornamento: Il nuovo Regolamento generale sulla protezione dei dati personali

Lo Studio Legale e-Lex organizza quattro incontri di formazione e di aggiornamento sul nuovo Regolamento Generale in materia di protezione dei dati personali. Ogni incontro avrà la durata di quattro ore e sarà tenuto presso la sede dello studio, nel centro storico di Roma (zona Largo Argentina). Ai partecipanti sarà distribuito materiale informativo, contenente le maggiori novità legislative e giurisprudenziali in materia di privacy, oltre ad una raccolta di articoli curata dai soci dello studio. È prevista una sezione Q&A, per rispondere ai quesiti dei partecipanti. Il corso è gratuito per i soggetti rientranti nella categorie dei destinatari, fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Destinatari

Data Protection Officer, Avvocati in-house, Responsabili HR e gestione del personale, Digital specialist, Responsabili marketing e social media, Sviluppatori software, Pubbliche amministrazioni.

Programma

Primo incontro

Introduzione al Regolamento

Ambito di applicazione soggettivo e oggettivo

Dati personali, dati sensibili, dati giudiziari, dati anonimi

Principi del Regolamento (Liceità, finalità, necessità, proporzionalità, pertinenza)

One Stop Shop

Titolare del trattamento, responsabile, data protection officer

Titolarità nei gruppi societari

Q&A

Secondo incontro

Informativa e consenso

Diritti dell’interessato

Diritto di accesso e riscontro all’interessato

Portabilità

Regole di accountability

Privacy by Design e Privacy by Default

Diritto all’oblio, rettificazione, cancellazione

Q&A

Terzo incontro

Particolari tipologie di trattamento (giornalisti, minori, ecc.)

Profilazione e Registro delle opposizioni

Big data e compliance normativa

Privacy impact assessments (PIA) e data audit

Misure di sicurezza

Mappatura dei flussi di dati

Risk management, data breach e obblighi del titolare

Q&A

Quarto incontro

Trasferimento di dati all’estero. Il Privacy Shield

Data retention e cloud computing

Codici di condotta e certificazioni

Le Autorità Garanti (nazionali ed europee)

Reclami, ricorsi e segnalazioni

Sanzioni

Risarcimento danni

Q&A

Docenti

Guido Scorza Partner dello studio e-Lex. Insegna presso le Università di Bologna e di Roma. Assiste compagnie di telecomunicazioni, startup, società editoriali.

Giovanni Maria Riccio Partner dello studio e-Lex. Professore di Diritto della comunicazione nell’Università di Salerno, assiste compagnie di telecomunicazioni, società radiofoniche e agenzie pubblicitarie.

Ernesto Belisario Partner dello studio e-Lex. Consulente di pubbliche amministrazioni, enti ospedalieri e startup. Esperto di archiviazione documentale, è consulente governativo.

Alessandro Di Gioia Partner dello studio e-Lex. Assiste società radiofoniche, agenzie pubblicitarie, incubatori e startup.

Maria Laura Salvati Senior associate dello studio e-Lex. Consulente di compagnie telefoniche e startup.

 

Date

10 novembre 2016 – 15-19

17 novembre 2016 – 15-19

24 novembre 2016 – 15-19

1 dicembre 2016 – 15-19

Nel corso di ogni giornata formativa è previsto un coffee & tea break e, al termine, un light aperitif.

Sede 

Studio legale e-Lex

Via dei Barbieri 6

00186 – Roma

Per maggiori informazioni: posta@e-lex.it

 

Le novità in tema di Data Protection Officer

Una delle maggiori novità del Regolamento privacy è rappresentata dall’introduzione della figura del data protection officer (o responsabile della protezione dei dati). Il DPO era già stato introdotto, come obbligatorio, in alcuni ordinamenti europei, tra cui la Germania, l’Austria e la Repubblica Ceca; in altri ordinamenti, come la Francia, la nomina di tale soggetto è facoltativa.

Il responsabile della protezione dei dati sembra presentare numerose analogie con il datenschutzbeauftragter introdotto nell’ordinamento tedesco nel 2003. Il diritto tedesco, al pari dell’originaria formulazione dell’art. 37 del Regolamento, àncora l’obbligo di nomina del DPO alla presenza di un numero minimo di dipendenti preposti a mansioni che implicano il trattamento di dati personali.

Un’ulteriore corrispondenza si rinviene nell’art. 38, par. 1 del Regolamento, stabilisce che il DPO sia “tempestivamente e adeguatamente coinvolto in tutte le questioni riguardanti la protezione dei dati personali”, nonché nel divieto di penalizzare il DPO per il suo ruolo, atteso il divieto, in capo al titolare del trattamento, di rimuoverlo o penalizzarlo “per l’adempimento dei propri compiti”. Il Regolamento segue la legge tedesca anche nell’assegnare al DPO il diritto di relazionare “direttamente al vertice gerarchico del titolare del trattamento o del responsabile del trattamento”, evitando rapporti diretti con altri soggetti.

A ben vedere, di là dalle singole disposizioni, sembra essere circolata l’idea di fondo del modello tedesco, basato su di un approccio di corporate self-monitoring (e di self-responsibility), nel quale le società si fanno carico dell’adeguamento e del controllo capillare sulla gestione dei dati personali. Un complesso uniforme di regole che si rimette alla self-governance delle imprese le quali, incentivate da un quadro sanzionatorio molto rigoroso, hanno interesse a rispettare la disciplina applicabile.

La nomina di un DPO è obbligatoria in tre casi:

  1. a) per le amministrazioni e gli organismi pubblici, con esclusione delle autorità giurisdizionali quando esercitano le loro funzioni;
  2. b) laddove le attività principali di titolare o responsabile consistano in trattamenti che, per la loro natura, il loro oggetto o, ancora, per le loro finalità, richiedono il monitoraggio regolare e sistematico degli interessati su larga scala;
  3. c) laddove le attività principali di titolare o responsabile consistano in trattamenti, su larga scala, di dati sensibili (inclusi i dati relativi allo stato di salute o alla vita sessuale), di dati genetici, di dati giudiziari e di dati biometrici.

L’obbligo è imposto, quindi, solo sulle grandi società o, per essere più precisi, sulle società che trattano una mole significativa di dati personali o di dati rientranti nel c.d. “nocciolo duro” della privacy.

L’art. 37 ammette poi che un gruppo imprenditoriale o più enti pubblici possano nominare un unico DPO, a condizione che sia facilmente raggiungibile da ciascuno stabilimento.

In caso di nomina del DPO – che, ai sensi del comma 6 dell’art. 37, può essere un dipendente o un soggetto esterno – è necessario che i suoi dati di contatto siano resi pubblici e comunicati al Garante nazionale.

La scelta se nominare un soggetto interno o esterno è rimessa al titolare del trattamento: chi scrive, tuttavia, è dell’avviso che, soprattutto gli enti pubblici e le medie e grandi imprese, dovrebbero preferire un soggetto esterno attesa la difficoltà di reperire, all’interno del proprio organigramma, professionisti dotati dei requisiti di esperienza e professionalità richiesti dalla normativa comunitaria.

IVA sulle traduzioni letterarie: il chiarimento dell’Agenzia delle Entrate

L’Agenzia delle entrate, con provvedimento del 20 luglio scorso – pronunciato nell’ambito di un procedimento di opposizione – ha chiarito un aspetto controverso relativo al pagamento dell’IVA in caso di contratti aventi ad oggetto la cessione dei diritti d’autore.

Nel caso sottoposto all’attenzione dell’Agenzia delle entrate, il quesito verteva sull’applicabilità dell’art. 3, comma 4, lett. a) del D.P.R. n. 633/1972 ai traduttori. La norma citata stabilisce che non sono da considerarsi prestazioni di servizi soggette a IVA “cessioni, concessioni, licenze e simili relative a diritti d’autore effettuate dagli autori e loro eredi o legatari”.

La soluzione a tale problematica passa per il corretto inquadramento professionale dell’attività di traduzione. Sul punto, occorre osservare che i traduttori editoriali, così come gli altri traduttori (es. i cc.dd. traduttori tecnici), non sono annoverabili tra i liberi professionisti e la loro attività non rientra nel regime del rapporto di lavoro autonomo (ex artt. 2222-2238 cod. civ.); al contrario, i traduttori sono da considerarsi autori, la cui attività è regolata dalla Legge n. 633/1941 sul diritto d’autore e, in particolare, dall’art. 4 della legge stessa, che testualmente afferma che

Senza pregiudizio dei diritti esistenti sull’opera originaria, sono altresì protette le elaborazioni di carattere creativo dell’opera stessa, quali le traduzioni in altra lingua, le trasformazioni da una all’altra forma letteraria od artistica, le modificazioni ed aggiunte che costituiscono un rifacimento sostanziale dell’opera originaria, gli adattamenti, le riduzioni, i compendi, le variazioni non costituenti opera originale”. Il successivo art. 7 della l.d.a. prosegue ribadendo che “è considerato autore delle elaborazioni l’elaboratore, nei limiti del suo lavoro”.

È appena il caso di ricordare, poi, che oltre dalla normativa italiana, la natura autoriale dell’attività dei traduttori è riconosciuta, a livello internazionale, a partire dalla “Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche” in vigore sin dal 1886 (di cui l’Italia è stata tra i primi firmatari). L’art. 2 di tale Convenzione recita:

“Si proteggono come opere originali, senza pregiudizio dei diritti dell’autore dell’opera originale, le traduzioni, gli adattamenti, le riduzioni musicali e le altre trasformazioni di un’opera letteraria o artistica”.

Il carattere creativo delle traduzioni editoriali è però sancito non solo dalla lettera della legge, ma altresì dalla giurisprudenza la quale ritiene, in maniera pressoché unanime, che, in particolare, le traduzioni in altra lingua, sono tutelate dal diritto d’autore, in quanto tale attività, lungi dall’essere un mero esercizio meccanico di sovrapposizione delle parole tradotte dall’uno all’altro idioma, consiste, in realtà, in un lavoro inventivo e creativo di notevole sforzo intellettuale da parte del traduttore che deve interpretare l’opera originaria e operare una scelta tra le parole e le frasi che meglio corrispondono a quelle usate nel testo originario in modo tale da attribuirgli il senso più conforme e fedele a quello voluto dall’autore originale (cfr., ex ceteris, Trib. Torino, 24.7.1995, ma v. anche App. Roma, 01.6.2009).

L’appartenenza delle traduzioni nel novero delle opere protette dal diritto d’autore viene specificata, inoltre, dalla Circolare Ministeriale n. 147/E del 10 giugno 1998 del Ministero di Economia e Finanza in cui si afferma che

“le traduzioni di opere dell’ingegno rientrano, in quanto tali, tra le opere protette dalla Legge sul diritto d’autore, senza pregiudizio dei diritti esistenti sull’opera originaria, in quanto trattasi di un’elaborazione di carattere creativo dell’opera originaria”.

La medesima Circolare precisa poi che

“le traduzioni di testi diversi da quelli letterari ed artistici, anche di testi o documenti di natura commerciale, come pure quelle di interpretariato, hanno contenuto intellettivo simile a quello delle traduzioni di opere oggetto del diritto d’autore, in quanto, come detto, realizzano comunque un prodotto di elaborazione linguistico e possono considerarsi rientranti tra le operazioni similari di cui all’art. 3 del D.P.R 633/1972”.

Alla luce di tale ricostruzione, non può che essere salutato con estremo favore l’intervento chiarificatore dell’Agenzia delle entrate che, risolvendo un punto che era (invero stranamente, considerando il quadro legislativo) controverso, ha finalmente decretato che, ai corrispettivi previsti contrattualmente per la cessione dei diritti d’autore, non possa essere applicata l’IVA.

Per la lettura dell’intero articolo si rimanda al link: http://www.marchiebrevettiweb.it/angolo-del-professionista/7032-cessione-dei-diritti-d-autore-dei-traduttori-e-assoggettamento-ad-iva-l-agenzia-delle-entrate-fa-finalmente-chiarezza.html

 

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