La quarta rivoluzione industriale: tra opportunità e sfide

 

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Il 15 giugno 2016, nell’ambito dell’indagine conoscitiva, Industria 4.0: quale modello applicare al tessuto industriale italiano, strumenti per favorire la digitalizzazione delle filiere industriali nazionali, presso la Commissione Attività produttive della Camera dei Deputati, si è tenuta l’audizione del Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda.

L’inarrestabile progresso tecnologico, accompagnato dalla crescente connessione tra i calcolatori, l’utilizzo massivo di dati e informazioni, di tecnologie con sempre maggiori capacità di calcolo e di nuovi sistemi intelligenti digitalizzati e interconnessi (internet of things and machines), ci rende testimoni e partecipi di quella che è stata definita la quarta rivoluzione industriale. Non solo il settore manifatturiero, ma i più svariati settori di attività, dalla agricoltura all’energia, dal turismo alla moda, dalla sanità ai trasporti, saranno coinvolti dalla nuova Industria. Come si è avuto modo di evidenziare, non si tratterà di innovazione esclusivamente tecnologica, ma in un’ottica di più ampie vedute, verranno creati nuovi modelli organizzativi e di approccio ai mercati.

Il Ministro ha sottolineato infatti come, se da un lato la digitalizzazione dei processi produttivi globalmente intesi e in particolare di quello manifatturiero costituisca di certo una grande opportunità per la nostra industria, allo stesso tempo non può negarsi come davanti

a mutamenti cosi profondi, o si è protagonisti, oppure se ne viene travolti” ed è per tale ragione che parlare di Industria 4.0 “significa mettere a sistema amplificandole e integrandole, una serie di misure e linee politiche che questo Governo ha identificato come qualificanti: la promozione e il sostegno alle imprese che innovano, che si internazionalizzano, che trovano nella flessibilità e nella reattività la propria cifra produttiva.”

Numerosi appaiano i vantaggi connessi all’Industria 4.0:

l’analisi e l’elaborazione della grande quantità dei dati in possesso delle singole imprese (Big data) consentono infatti di assumere decisioni ponderate e migliori sulla produzione e sui consumi; la robotica e l’intelligenza artificiale consentono poi di ridurre, non solo i costi ed i tempi, ma anche gli errori a vantaggio della sicurezza e della produttività dell’azienda; la connettività spinta, l’internet of things, consente persino di anticipare i gusti dei clienti favorendo la produzione in scala; gli stessi social media è innegabile come consentano un nuovo modello di interazione con il consumatore definendo nuovi servizi (es. pay by use).

Il Ministro ha poi evidenziato come, attraverso “l’Internet delle cose e delle macchine” e lo sviluppo dell’Industria 4.0 “sarà possibile gestire reti globali che incorporano e integrano macchinari, sistemi di logistica e strutture produttive, sotto forma di Cyber Physical System for Production”.

Nell’ottica di aumentare sia la consapevolezza delle aziende che la digitalizzazione non è identificabile solo come modo per incrementare l’efficienza dei processi, ma che i dati potenzialmente a loro disposizione e che di rado vengono raccolti, organizzati ed elaborati per estrarne valore, costituiscono il vero vantaggio competitivo delle stesse; di consentire l’interoperabilità dei sistemi e dei linguaggi che governano l’industria 4.0 adottando regole comuni di livello internazionale per creare piattaforme di condivisione delle informazioni; di implementare la solidità e la diffusione di reti di interconnessione a banda ultra larga, reti satellitari e diffusione del 5 g, condizione questa imprescindibile per il successo della trasformazione di innovare le relazioni industriali, definendo anche un adeguato trattamento fiscale che porti le imprese a ricorrere sempre di più alle opportunità offerte dal salario di produttività e promuovendo lo skill empowerment dei lavoratori con riferimento alle discipline STEM (science, technology, engineering and math), il Governo, secondo quanto riportato nell’audizione dal Ministro Calenda, ha individuato un pacchetto di misure da inserire nella prossima Legge di stabilità, che verte essenzialmente su cinque punti di azione:
1 – Investimenti in Innovazione – per il Ministro, occorre promuovere gli investimenti innovativi in una logica solution driven, portando le aziende ad investire nell’analitica dei Big data e nelle informazioni che producono. Il gap di investimenti stimato e in circa 8 miliardi annui per i prossimi 5 anni. Sarà anche necessario favorire lo sviluppo di startup, l’accesso al venture capital e la collaborazione tra le nuove e le consolidate realtà imprenditoriali;
2 – Fattori abilitanti – obiettivo primario sarà potenziare le infrastrutture di connettività non solo a favore dei cittadini o consumatori, ma delle stesse imprese; bisognerà poi ridurre il digital divide delle PMI; e investire nelle competenze STEM (science, technology, engineering and math)
3 – Standard di interoperabilità, sicurezza e comunicazione IoT– il Ministro ha evidenziato come imprescindibile e vitale sarà partecipare e indirizzare le decisioni nei tavoli di confronto internazionale, alla luce di quello che è il contesto italiano, in un’ottica di adozione di standards che siano sì aperti, ma guidati da quelli che sono i bisogni industriali
4 – Rapporti di lavoro, salario e produttività – nell’ottica di una maggiore autonomia e responsabilizzazione del lavoratore andranno poi riviste le regole che concernano i rapporti di lavoro. Le stesse relazioni industriali dovranno essere decentrate così da dar risalto alle abilità e competenze del lavoratore (empowerment)
5 – Finanza di impresa – il Ministro, alla luce delle difficoltà del settore creditizio, ha evidenziato come sia preminente la necessita di costruire una finanza d’impresa che sia capace di sostenere lo sforzo di investimenti, canalizzando anche il risparmio nazionale verso gli impieghi nell’economia reale.
Da quanto riportato è evidente che il progresso anche tecnologico seppur presenti numerose sfide, porta con sé un’innegabile opportunità di sviluppo per la nostra realtà economica – industriale.
Come testimonia l’esperienza che lo Studio Legale E-lex ha acquisito negli anni, nell’ottica del Diritto delle Nuove Tecnologie, Industria 4.0 vuol dire anche, ed in particolare per le Imprese e le Pubbliche Amministrazioni, porre l’attenzione su tematiche legali concernenti la Privacy, la Proprietà industriale, la Proprietà intellettuale, materie di per sé dinamiche e che implicano necessariamente un costante aggiornamento da parte di tutti i soggetti che operano nella nuova realtà economica.

Il parere del Garante Privacy sulla Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti.

Con nota del 20 novembre 2015, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MIBACT) ha richiesto il parere del Garante privacy sullo schema di Decreto Ministeriale recante il regolamento di attuazione dell’articolo 85 del D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 riguardante l’attivazione della Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti. (altro…)

SMAU / Startup e diritto: cosa bisogna sapere?

Venerdì mattina alle ore 10, presso lo SMAU di Padova, il prof. Riccio terrà una relazione su “Startup e diritto: cosa bisogna sapere?”.

L’avvio di startup pone una serie di tematiche giuridiche che devono essere affrontate in modo adeguato per definire le scelte strategiche ed impostare le corrette metodologie operative e commerciali. (altro…)

FATTURAZIONE ELETTRONICA: l’intervento di Ernesto Belisario al Convegno di MenoCarta

Sono stati pubblicati sul sito di menocarta.net gli interventi del Convegno tenutosi a Roma sul tema della Fatturazione elettronica Btb

Tra gli interventi pubblicati, quello dell’Avvocato Ernesto Belisario che ha chiarito i profili giuridici più rilevanti alla luce delle normative vigenti.

Per vedere il l’intervento clicca quihttps://www.youtube.com/watch?v=hRVoVz6MWtE&feature=youtu.be (minuto 3′ 33”).

Master in comunicazione 3.0: come cambia il rapporto tra amministrazione e cittadini

Gli ultimi interventi normativi in tema di trasparenza nelle PA hanno fatto sì che la comunicazione istituzionale diventasse un leva strategica e trasversale per il funzionamento del nuovo impianto organizzativo della Pubblica Amministrazione.
Tuttavia, il cambiamento radicale del sistema di comunicazione, l’accelerazione improvvisa delle sue nuove modalità e il contestuale invecchiamento della popolazione hanno creato un divide che si allarga sempre di più, ponendo ai margini del dibattito una larga fetta della popolazione adulta.
Lo strumento della comunicazione istituzionale appare, dunque, decisivo nella definizione delle nuove relazioni virtuose con i cittadini, e oggi più di ieri, è fondamentale per costruire dal basso una nuova forma di convivenza tra gli attori che compongono le diverse anime della società attuale.
In tale contesto, comunicare con il cittadino è diventata un’attività multidisciplinare che richiede nuove competenze.
Saranno queste le tematiche e i principali obiettivi che si porrà il Master sulla comunicazione pubblica 3.0 organizzato dalla Scuola Umbra di Amministrazione Pubblica.
Tra i docenti sarà presente l’Avv. Ernesto Belisario in qualità di esperto di nuove tecnologie e di amministrazione digitale.
Le lezioni si terranno da marzo a maggio 2016 presso la Scuola Umbra di Amministrazione Pubblica (Villa Umbra, Loc. Pila – Perugia).

Per maggiori informazioni vai al sito:http://www.villaumbra.gov.it/home.aspx

Corso su Cloud computing e contratti informatici della PA

La Pubblica Amministrazione, al fine di migliorare le performance e ridurre i costi delle proprie attività, negli ultimi anni, ha notevolmente ampliato l’uso delle nuove tecnologie dando luogo ad una vera e propria rivoluzione informatica all’interno dei propri uffici.

Gli interventi normativi in materia sono stati molteplici e le PA, per di adeguarsi più velocemente possibile ai nuovi obblighi legislativi, hanno acquisito con sempre maggiore frequenza i beni e i servizi informatici necessari allo svolgimento delle proprie attività istituzionali, con l’intento di migliorare e rendere più efficienti anche i rapporti con i cittadini e le imprese.

All’interno di questo nuovo contesto, acquisisce senz’altro notevole risalto l’utilizzo di metodi di cloud computing: sono e saranno, infatti, sempre più numerosi gli Enti che decideranno di fruire di servizi cloud in virtù dei vantaggi economici e organizzativi che comportano.

Per agevolare gli Enti (e i loro consulenti e fornitori) e sviluppare maggiore confidenza e chiarezza verso queste nuove realtà tecnologiche, Maggioli organizza un corso dedicato dal titolo “Gli acquisti di beni e servizi informatici dopo la Legge di stabilità 2016. Cloud computing e contratti informatici”

In particolare, il percorso formativo si pone l’obiettivo di fornire ai partecipanti indicazioni, strumenti, modelli per la piena competenza della materia attraverso l’analisi dei principali contratti stipulati dalle Pubbliche amministrazioni esaminando, per ciascuno di essi, le disposizioni normative applicabili e le prassi negoziali più diffuse.

Parteciperà in qualità di relatore L’Avv. Prof. Ernesto Belisario.

Il corso si terrà nelle seguenti date e località:

Milano, 23 febbraio 2016

Bologna, 15 marzo 2016

Roma, 22 marzo 201

Per informazioni e iscrizioni: http://www.formazione.maggioli.it/corso/3347/i-contratti-informatici-e-il-cloud-computing-della-pubblica-amministrazione/

Le linee-guida per il diritto all’oblio: ancora più potere per i motori di ricerca?

L’Article 29 Working Group ha pubblicato, lo scorso 26 novembre, le linee guida per l’implementazione della sentenza della Corte di Giustizia sul diritto all’oblio. I motori di ricerca destinati a diventare gli arbitri dell’informazione online?

Il 26 novembre, l’Article 29 Working Group ha pubblicato le linee guida per l’implementazione della sentenza della Corte di Giustizia sul diritto all’oblio, così come preannunciato già lo scorso settembre.

Il parere contiene, innanzi tutto, una precisazione importante sull’ambito territoriale interessato dalla decisione Google Spain. Difatti, sebbene la sentenza trovi applicazione esclusivamente agli operatori comunitari, ciò non significa che dovranno essere deindicizzati solo i nomi di dominio con top level domain europeo (ad esempio: .eu; .it; .co.uk; .fr; ecc.), ma anche i domini generici, come .com, .net, .org e così via discorrendo.

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Obsolescenza programmata: la Francia ci riprova

La problematica dell’obsolescenza programmata dei prodotti di consumo, in passato oggetto di ampio dibattito sia in Italia che nel resto d’Europa, è tornata al centro delle discussioni a seguito di una importante decisione della Commissione Specializzata dell’Assemblée Nationale francese.

La Commissione, chiamata a pronunciarsi sul disegno di legge in materia di transizione energetica, ha approvato un emendamento che, modificando all’art. L-213-1 del Codice del consumo vigente in Francia, farebbe rientrare l’obsolescenza programmata tra le pratiche ingannevoli nei confronti dei consumatori.

L’art. 213-1 vigente, prevede che “sera puni d’un emprisonnement de deux ans au plus et d’une amende de 300 000 euros quiconque, qu’il soit ou non partie au contrat, aura trompé ou tenté de tromper le contractant, par quelque moyen ou procédé que ce soit, même par l’intermédiaire d’un tiers : 1° Soit sur la nature, l’espèce, l’origine, les qualités substantielles, la composition ou la teneur en principes utiles de toutes marchandises ; 2° Soit sur la quantité des choses livrées ou sur leur identité par la livraison d’une marchandise autre que la chose déterminée qui a fait l’objet du contrat ; 3° Soit sur l’aptitude à l’emploi, les risques inhérents à l’utilisation du produit, les contrôles effectués, les modes d’emploi ou les précautions à prendre.

Le montant de l’amende peut être porté, de manière proportionnée aux avantages tirés du manquement, à 10 % du chiffre d’affaires moyen annuel, calculé sur les trois derniers chiffres d’affaires annuels connus à la date des faits”.

Con l’approvazione dell’emendamento n. 1840, proposto dagli ambientalisti Eric Alauzet Denis Baupin e Cecile Duflot, potrebbe essere inserita una quarta ipotesi di pratica, ossia l’aver intenzionalmente ridotto il ciclo di vita di un prodotto durante la fase della progettazione[1].

Nonostante la modifica legislativa, se definitivamente approvata, potrebbe costituire una novità davvero rilevanti, da più parti sono stati sollevati dubbi sulla reale possibile applicazione pratica. Infatti i consumatori, in un ipotetico giudizio incardinato per richiedere un risarcimento dei danni, dovrebbero essere in grado di provare l’intenzionale riduzione del ciclo di vita del prodotto da parte della casa produttrice, prova che potrebbe rivelarsi estremamente difficile, se non impossibile.

La questione è stata, in passato, oggetto di acceso dibattito anche in Italia. Esattamente un anno fa, ed in particolare il 10 settembre 2013, il deputato Luigi Laquaniti, aveva presentato la proposta di legge n. 1563 recante “disposizioni per il contrasto dell’obsolescenza programmata dei beni di consumo”.

Scopo della proposta sarebbe stato quello di introdurre, sulla falsa riga di una analoga normativa vigente in Belgio ed in aggiunta a precisi obblighi e responsabilità in capo a produttore e venditore, una “presunzione” di obsolescenza programmata in tre ipotesi: quando esiste un sistema di calcolo che ne arresta il funzionamento dopo un determinato periodo di utilizzo; quando, nel periodo di garanzia oppure nel corso dei due anni immediatamente successivi, risulta comunque difettoso e soggetto a guasti ricorrenti; quando, infine, è impedita la riparazione, la sostituzione delle parti componenti o la ricarica del bene stesso o della fonte di energia che ne consente il funzionamento.

La proposta di legge è stata assegnata in data 14 ottobre 2013 alla 10ª Commissione permanente (Attivita’ produttive, commercio e turismo) in sede referente, ma non risulta ancora iniziato l’esame.

Per quanto invece concerne l’iniziativa francese, si potrebbero avere novità già da domani, mercoledì primo ottobre, giorno in cui il disegno di legge sulla transizione energetica verrà discusso in seduta pubblica.


[1] APRÈS L’ARTICLE 22, insérer l’article suivant:

Après le 3° de l’article L. 213‑1 du code de la consommation, il est inséré un alinéa ainsi rédigé : «4° Soit sur la durée de vie du produit intentionnellement raccourcie lors de sa conception.»

Contratti con i consumatori: entrano in vigore le modifiche al Codice del Consumo

Entrano in vigore oggi le modifiche al Codice del Consumo introdotte dal D.Lgs. 21 febbraio 2014 n. 21, che recepisce la direttiva 2011/83/UE sui diritti dei consumatori.

La direttiva, che sostituisce le precedenti direttive sui contratti a distanza e sui contratti negoziati fuori dei locali commerciali, si pone, salvo poche eccezioni, un obiettivo di armonizzazione massima delle normative nazionali. La disciplina di recepimento, pertanto, ne riproduce in gran parte i contenuti, sostituendo gli articoli da 45 a 67 del Codice del Consumo.

Le novità di maggiore interesse riguardano i contratti negoziati fuori dei locali commerciali e a distanza.

Sono rafforzati gli obblighi di informativa precontrattuale a carico del professionista per tutti i contratti con i consumatori ed in misura maggiore per i contratti negoziati fuori dei locali commerciali e a distanza. Particolari obblighi di trasparenza sono imposti per i contratti stipulati attraverso mezzi elettronici che impongano al consumatore l’obbligo di pagare. In particolare, la nuova disciplina dispone l’obbligo per il professionista di garantire che, al momento dell’inoltro del’ordine, il consumatore riconosca espressamente che l’ordine comporta un obbligo di pagamento. Di conseguenza, se l’ordine si realizza cliccando su un pulsante, questo dovrà riportare in modo leggibile esclusivamente le parole “ordine con obbligo di pagare” o una formulazione corrispondente.

Per i contratti a distanza stipulati per telefono è introdotto l’obbligo per il professionista di confermare l’offerta al consumatore, che sarà vincolato solo dopo avere firmato l’offerta o averla accettata per iscritto.  La norma chiarisce che in questi casi il documento informatico può essere sottoscritto con firma elettronica ai sensi dell’art. 21 del Codice dell’amministrazione digitale. Solo laddove il consumatore vi acconsenta, il professionista potrà limitarsi a confermare l’offerta su supporto durevole, senza acquisire alcuna sottoscrizione.

La nuova disciplina introduce, inoltre, disposizioni di maggiore favore per i consumatori  in materia di diritto di recesso nei contratti a distanza e negoziati fuori dai locali commerciali.

Queste le novità di maggiore interesse:

  • é ampliato a 14 giorni il termine concesso al consumatore per recedere;
  • la comunicazione di recesso potrà avvenire attraverso l’utilizzo del modulo tipo allegato al decreto o con qualsiasi altra dichiarazione che espliciti la volontà di recedere;
  • il professionista è tenuto a rimborsare tutti i pagamenti ricevuti, incluse le eventuali spese di consegna, entro il termine di 14 giorni dal momento in cui è informato del recesso (termine ridotto rispetto ai 30 giorni previsti dalla precedente disciplina);
  • il consumatore è tenuto a restituire i beni consegnati entro il termine di 14 giorni (termine più ampio rispetto al termine di 10 giorni previsto dalla previgente disciplina), sostenendo quale unico costo le spese di spedizione, nei soli casi in cui il professionista non abbia concordato di sostenerlo o abbia omesso di informare il consumatore che tale costo è a suo carico.

Altra novità di rilievo è introdotta dalla norma che disciplina il passaggio del rischio nel caso di spedizione dei beni. Al fine di tutelare il consumatore dal rischio di perdita o danneggiamento del bene per causa a lui non imputabile prima della ricezione dello stesso, la disciplina novellata prevede che il rischio si trasferisca in capo a  quest’ultimo soltanto nel momento in cui venga materialmente nel possesso del bene.

Particolare attenzione è dedicata ai contratti aventi ad oggetto contenuti digitali non forniti su supporto materiale,  rispetto ai quali sono posti a carico del professionista più incisivi obblighi di informazione con particolare riferimento alla funzionalità e alla interoperabilità del contenuto.

Il sistema di enforcement introdotto dal legislatore nazionale, cui è affidata dalla direttiva la scelta degli strumenti più idonei a garantire il rispetto della disciplina, affianca alla tutela giurisdizionale del giudice ordinario una tutela di natura amministrativa, affidando all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato il compito di vigilare sull’applicazione della normativa con i poteri di cui dispone in materia di pratiche commerciali scorrette.

I bitcoin non sono moneta

A dispetto del nome i bitcoin – la più popolare c.d. “moneta virtuale del momento – non sono moneta ma semplicemente un bene giuridico dotato di un suo valore di mercato e, come tale, naturalmente utilizzabile anche per acquistare qualsiasi tipo di altro bene – materiale o immateriale che sia – proprio come accadeva nei secoli scorsi attraverso un baratto.

Il bitcoin come l’oro o un altro qualsiasi metallo più o meno prezioso ed il cui valore è affidato alla fluidità dei mercati e si scambia, appunto, sulla base di un “prezzo di mercato”.

A mettere nero su bianco il principio – per la verità già pacifico per molti – è stato, nei giorni scorsi, l’IRS, Internal Revenue service ovvero l’omologo statunitense della nostra Agenzia delle entrate che attraverso una lunga serie di FAQ, finalizzata a spiegare come debbano essere trattate, sotto il profilo della tassazione, le transazioni in bitcoin, ha chiarito in modo semplice e lineare che la più nota delle “monete virtuali” del momento non è una moneta ma una “proprietà” e che, pertanto, non ha “corso legale” ma costituisce un semplice asset patrimoniale.

Continua su L’Espresso | Avvocato del diavolo, di Guido Scorza

Commissione UE: convocate le autorità nazionali a tutela dei consumatori per discutere della trasparenza nel mercato degli acquisti in app

Nei giorni scorsi la Commissione europea ha convocato le autorità nazionali a difesa dei diritti dei consumatori per fare il punto sulla trasparenza nel mercato degli acquisti in app (gli acquisti di beni e/o servizi, spesso virtuali, effettuati dai consumatori all’interno di un’applicazione scaricata da uno store online come iTunes o Play Store).

All’incontro hanno partecipato anche le società che gestiscono i principali marketplace a partire dai quali i consumatori possono scaricare le applicazioni sui loro dispositivi.

La riunione a livello europeo costituisce una prima risposta alle crescenti preoccupazioni che accompagnano il costante sviluppo del settore delle applicazioni mobili.

Stando ad alcune indagini di mercato, circa l’80% dei profitti degli sviluppatori di applicazioni mobili deriverebbe proprio dai cosiddetti acquisti in app; quello che però preoccupa la Commissione è che in un numero rilevante di casi, tali acquisti non avvengono in modo consapevole, specie quando ad essere coinvolti sono i minori.

Il meccanismo è noto ed anche abbastanza semplice; si scarica un’applicazione pensando che sia gratuita ed invece il suo utilizzo comporta costi poco trasparenti che vengono addebitati direttamente sulla carta di credito. I casi limite sono rappresentati dagli acquisti che avvengono mediante un semplice “tap” senza richiedere un consenso esplicito del consumatore per ogni acquisto effettuato.

Prassi di questo genere si caratterizzano per una particolare aggressività nei confronti dei consumatori, in quanto li spingono ad effettuare acquisti in modo spesso compulsivo senza che vi sia una reale consapevolezza del costo che si sta sostenendo; ovviamente il rischio di acquisti inconsapevoli sale in modo esponenziale nel caso di coinvolgimento di minori, spinti a cliccare sui tasti virtuali che abilitano l’acquisto da messaggi accattivanti nel corso del gioco (il mercato dei giochi basati su applicazioni costituisce una della principali fonti di guadagno per gli sviluppatori).

Se meccanismi di questo genere contribuiscono a far crescere i profitti delle società, non si può dire che gli stessi rispettino i diritti riconosciuti ai consumatori dalla normativa comunitaria.

In molti casi ci si trova infatti di fronte a vere e proprie pratiche commerciali ingannevoli in grado di spingere i consumatori ad assumere decisioni commerciali non consapevoli. A parte questo, c’è poi il tema della vessatorietà di clausole che autorizzano l’addebito di un costo, senza richiedere un consenso chiaro ed esplicito da parte del consumatore.

Ad oggi la soluzione più virtuosa per aziende e consumatori resta quella di richiedere l’inserimento della password associata all’account dell’utente ogni volta che si effettua un acquisto in app. Sicuramente dall’incontro tenutosi a livello comunitario scaturiranno nuove iniziative per contemperare il legittimo interesse dell’industria di settore a crescere nel rispetto delle regole con l’aspettativa di molti consumatori a non vedersi truffati da applicazioni create ad arte per addebitare costi ad insaputa degli utenti. Un ruolo importante dovrà essere interpretato dai gestori degli store online, ai quali spetta il compito di lasciare fuori i “players” che non rispettano le regole del gioco.

Del resto, la crescita del mercato delle applicazioni passa anche attraverso una crescente fiducia dei consumatori nei prodotti acquistati.