AGCM: il monopolio SIAE è inattuale, il Parlamento ci ripensi

“L’Autorità rileva che in un contesto economico caratterizzato da profondi cambiamenti tecnologici la mancata apertura del mercato nazionale della gestione dei diritti limita la libertà d’iniziativa economica degli operatori e la libertà di scelta degli utilizzatori. Il mantenimento del monopolio legale appare, infatti, in contrasto con l’obiettivo di rendere effettiva la libertà dei titolari del diritto di effettuare una scelta tra una pluralità di operatori in grado di competere con l’incumbent senza discriminazioni.
Il regime di riserva delineato dall’articolo 180 LDA, peraltro, esclude la possibilità per organismi alternativi alla SIAE di operare in ambito nazionale, costringendoli a stabilirsi presso altri Stati membri per sfruttare le opportunità offerte dalla Direttiva in parola”.

È quanto ha affermato l’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, in un parere reso e consegnato al Presidente del Senato, al Presidente della Camera dei Deputati e al Presidente del Consiglio dei Ministri sulla gestione collettiva dei diritti d’autore e dei diritti connessi e sulla concessione di licenze multiterritoriali per i diritti su opere musicali per l’uso online nel mercato interno.

In poche parole, sul famigerato “monopolio” della SIAE e sull’imminente recepimento della Direttiva Barnier, la normativa comunitaria che si occupa delle società di gestione collettiva del diritto d’autore. Un tema di cui si sta discutendo molto nelle ultime settimane, sia per lo “schiaffo” prima di Fedez e poi di Gigi D’Alessio, che hanno abbandonato la monopolista italiana per approdare ad una collecting society inglese, sia, appunto, per l’imminente recepimento della direttiva comunitaria.

Direttiva che dovrebbe essere trasposta nell’ordinamento italiano con la legge delega per il recepimento delle direttive europee del 2015: al momento, il disegno di legge è stato approvato dalla Camera, è in corso di esame in Commissione Cultura al Senato e dovrà poi essere approvato da quest’ultimo. Però, di abolizione del monopolio non se ne parla. Molti parlamentari, appartenenti a contrapposti schieramenti politici, stanno provando a formulare proposte alternative, finalizzate al ripensamento dell’assetto legislativo e ad una radicale riforma di una società che, a troppi e da troppo tempo, appare inefficiente e poco trasparente.

Le conclusioni cui perviene l’Autorità Antitrust sono assolutamente condivisibili e superano la discussione tra difensori del monopolio e antimonopolisti, fotografando correttamente la situazione attuale.

La direttiva – ma già la decisione CISAC della Commissione europea – consentono a società straniere di operare in Italia nel mercato della gestione collettiva del diritto d’autore. Ciò significa che l’unico effetto del diritto di esclusiva – comunemente, ma impropriamente qualificato monopolio – consiste nell’impedire a società italiane di operare in un mercato in cui, invece, sono già attive società straniere. In altri termini, quello che l’Antitrust – tra le altre cose – rimarca è che se un soggetto italiano vuole intermediare i diritti d’autore deve necessariamente stabilirsi all’estero, con un danno evidente per l’economia nazionale.

Un paradosso di cui è stato lungamente scritto nell’oramai lontano 2012, quando la direttiva Barnier era ancora in discussione, e che aveva indotto in tanti a ritenere l’art. 180 della legge sul diritto d’autore, nei fatti, già superato.

La speranza, adesso, è che il Parlamento faccia proprio il monito dell’AGCM. La strada è stata chiaramente indicata: diversamente, perseverando in un’ostinata difesa dell’attuale assetto legislativo, si corre il rischio di rinviare un problema che necessita, obiettivamente, di altra soluzione.

DISCLAIMER
Per  trasparenza si avvertono i lettori che lo Studio E-Lex assiste una società concorrente della SIAE.

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L’AGCM accetta gli impegni di Trenitalia per rimborsi più veloci

Si è chiuso con impegni il procedimento avviato dall’AGCM nei confronti di Trenitalia S.p.A. per due presunte pratiche commerciali scorrette.

La prima pratica contestata alla società ferroviaria – nonché, in prima battuta, a RFI, quale gestore della rete – consisteva nella adozione e gestione di procedure di indennizzo per ritardo dei treni di media e lunga percorrenza reputate dall’AGCM complesse e dispendiose per l’utente del servizio, tanto da scoraggiare le istanze dei consumatori, nonché caratterizzate da eccessiva discrezionalità nella modalità di accertamento del ritardo.

La pratica sarebbe stata posta in essere attraverso una pluralità di condotte afferenti sia alla fase di rilevazione del ritardo e delle relative cause, eventualmente idonee ad escludere la responsabilità del vettore, sia all’attività di comunicazione della informazioni alla clientela.

Con riferimento alle modalità di identificazione della cause del ritardo, da cui deriva l’indennizzabilità o meno dello stesso, nel corso del procedimento è intervenuta una sentenza interpretativa Corte di Giustizia, la quale ha chiarito che la disciplina comunitaria di settore (Reg. CE 1371/2007) si limita ad esonerare il vettore dall’obbligo di risarcimento in caso di ritardo per forza maggiore, ma non esclude che tale ritardo dia diritto al consumatore ad un indennizzo calcolato sul prezzo del biglietto. Pertanto, il vettore non potrà, nelle proprie condizioni di servizio, escludere l’indennizzo per il caso di forza maggiore o causa a lui non imputabile. A parere dell’AGCM, tale rilevante mutamento nel regime degli indennizzi, ha eliminato la rilevanza delle “cause esterne” nella classificazione del ritardo e, di conseguenza, il coinvolgimento nella pratica commerciale di RFI, che, in quanto gestore della rete, validava le cause del ritardo quali “esterne”.

La seconda pratica commerciale, contestata alla sola Trenitalia, atteneva, invece, al mancato riconoscimento, per viaggi composti da più tratte, del cd. “biglietto globale”; tale soluzione determinava una riduzione delle situazioni indennizzabili per ritardo del treno o perdita delle coincidenze in caso di ritardo del treno precedente. Le Condizioni Generali di Trasporto di Trenitalia prevedono, infatti, che il contratto di trasporto è relativo, di norma, all’utilizzo da parte del passeggero di un singolo treno.

Questi i più rilevanti impegni proposti dal vettore ferroviario e accettati dall’AGCM, che li ha resi vincolanti con il provvedimento dello scorso 12 novembre.

Con riferimento alla prima pratica commerciale contestata, Trenitalia si impegna:

– ad informare il consumatore, in caso di ritardo che dà diritto ad indennizzo, delle modalità di erogazione del bonus o dell’indennizzo con un messaggio sonoro a bordo del treno;

– a ridurre i tempi di erogazione dell’indennizzo a 3 giorni dalla data di arrivo a destinazione del treno interessato (dagli attuali 20 giorni) nonché il termine di 3 giorni per l’ottenimento dell’indennizzo;

– a riconoscere un bonus pari al 25% del prezzo del biglietto per il ritardo compreso tra 30 e 59 minuti (fino ad oggi l’azienda, nel rispetto della normativa comunitaria, riconosceva un bonus solo per ritardi superiori ai 60 muniti).

Con riferimento alla seconda pratica commerciale Trenitalia si è impegnata, invece, in caso di ritardo maturato per soluzioni di viaggio che prevedano l’utilizzo di più treni, ad estendere il diritto all’indennizzo da ritardo al prezzo dell’intero servizio acquistato.

L’azienda si è impegnata, inoltre, ad introdurre il c.d. biglietto globale misto per le soluzioni di viaggio che contemplino una servizio del trasporto regionale ed un servizio della media e lunga percorrenza, un modo da garantire al viaggiatore l’indennizzo da ritardo sull’intero importo pagato.

Qui il testo del provvedimento.

Vendite piramidali: nuovo intervento sanzionatorio dell’AGCM

Con provvedimento pubblicato lo scorso 3 novembre, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato è intervenuta nuovamente in materia di vendite piramidali, sanzionando la condotta di un professionista che avrebbe diffuso, attraverso il proprio sito internet, messaggi pubblicitari volti ad promuovere sistemi di investimento caratterizzati dalla presenza di incentivi economici, in favore degli aderenti, legati essenzialmente all’ingresso di altri partecipanti nella rete di vendita.

L’Autorità ha ritenuto che la condotta integrasse una pratica commerciale vietata ai sensi dell’art. 23 del Codice del Consumo, che contiene la cd. black list di pratiche considerate in ogni caso ingannevoli, nonché ai sensi dell’art. 22 del Codice.

L’art. 23 lett. p) vieta la creazione di sistemi di vendita piramidali, vale a dire quei sistemi nei quali il consumatore fornisce un contributo in cambio della prospettiva di poter ricevere un corrispettivo che deriva, però, principalmente dall’entrata di altri soggetti nel sistema più che dall’effettiva vendita o dal consumo di prodotti. Lo scopo di tale divieto è quello di evitare una eccessiva dilatazione di quei sistemi distributivi basati sul progressivo ampliamento della base di soggetti reclutati, con conseguente danno a carico dei soggetti che hanno investito nella piramide una volta che la catena si estenda in maniera esponenziale.

All’esito dell’istruttoria svolta dall’AGCM è emerso che le possibilità di guadagno per gli aderenti ai programmi di investimento oggetto di indagine erano collegate esclusivamente all’inserimento di nuovi soggetti nella struttura piramidale e non allo svolgimento di una effettiva attività di vendita di beni o servizi. Le caratteristiche di tali attività, infatti, sono risultate di fatto imprecisate nella presentazione dei diversi programmi di investimento, riducendosi quindi gli stessi a mero pretesto per ampliare la rete di consumatori affiliati.

L’AGCM ha ritenuto, inoltre, che le comunicazioni promozionali diffuse dal professionista attraverso il proprio sito internet fossero omissive ai sensi dell’art. 22 del Codice, in quanto non veritiere e lacunose erano le informazioni rese circa il sistema di remunerazione dei programmi idi investimento e l’effettiva fruibilità di tali guadagni da parte degli aderenti: nella descrizione dei programmi non era chiarito, infatti, che i guadagni prospettati avrebbero potuto essere conseguiti solo a fronte di un alto numero di nuovi aderenti, mentre, in caso di interruzione della catena di affiliazione, scarsi sarebbero stati i benefici economici conseguiti.

Qui il testo del provvedimento.

L’AGCM indaga su Expedia e Booking

L’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato ha avviato un’istruttoria nei confronti di Booking ed Expedia, società leader nel settore dei servizi di prenotazione online di strutture alberghiere, al fine di accertare se le due società, attraverso gli accordi con le strutture alberghiere partner, pongano in essere condotte lesive della concorrenza.

Il procedimento, avviato su segnalazione di Federalberghi ed AICA, che avrebbero denunciato all’Antitrust la presunta vessatorietà di alcune delle clausole presenti negli accordi stipulati dalle strutture alberghiere con Expedia e Booking, in realtà accerterà se tali clausole integrano intese vietate ai sensi dell’art. 101 TFUE, in quanto idonee a limitare la concorrenza sul prezzo e sulle condizioni di offerta sia tra le diverse piattaforme che tra i diversi canali di vendita.

In particolare, sono finite al vaglio dell’Antitrust le clausole che vincolano le strutture alberghiere a non offrire i propri servizi a prezzi o condizioni migliori tramite altri canali, sia online che offline, compresi i propri siti internet.  Proprio tali clausole consentono alle due società di offrire agli utenti la garanzia che i prezzi offerti sui propri siti siano sempre i migliori disponibili online e che in caso contrario verrà applicato all’utente il miglior prezzo reperito sul mercato. A tali garanzie corrisponde l’ulteriore obbligo per gli albergatori di rimborsare al cliente finale la differenza tra la tariffa proposta sui portali di Booking ed Expedia e il miglior prezzo offerto tramite altro operatore.

Secondo l’Antitrust tali accordi sono idonei ad ostacolare la possibilità per i consumatori di avvalersi, per gli stessi servizi, di condizioni economiche più vantaggiose, in quanto le condizioni offerte dagli albergatori tramite i portali di Booking ed Expedia non possono che essere le migliori condizioni reperibili sul mercato.

A tale ostacolo si aggiunge un effetto ulteriore: le clausole in questione sarebbero idonee ad attenuare la concorrenza tra le piattaforme, con particolare riferimento al profilo delle commissioni richieste dalle agenzie agli albergatori. Ciascuna piattaforma, infatti, è disincentivata a rendere il proprio servizio più appetibile per gli albergatori attraverso un uso strategico della variabile competitiva rappresentata dalla commissione richiesta alle strutture partner, in quanto, a causa della presenza di clausole che vincolano il prezzo minimo offerto all’utente finale, qualsiasi riduzione della commissione non sarebbe compensata da sottrazioni di volumi di vendita alle piattaforme concorrenti, traducendosi di fatto esclusivamente in una riduzione dei margini della piattaforma stessa.

Il provvedimento è disponibile qui.

Pratiche commerciali scorrette: l’AGCM interviene sulla promozione ingannevole di buoni sconto online

Il 28 febbraio l’Autorità Garante per la concorrenza ed il mercato ha reso noto di aver sanzionato con una multa di complessivi 1,7 milioni di euro otto importanti aziende (Webloyalty srl, Webloyalty sarl, Alitalia, Airone, Ryanair, eBay, Ticketone, eDreams) coinvolte in una pratica commerciale scorretta ai danni dei consumatori consistente nella promozione ingannevole di un programma di buoni sconto.

In pratica i consumatori, dopo aver concluso l’acquisto online sul sito delle società coinvolte, si trovavano di fronte a un banner che rappresentava la possibilità di usufruire di un buono sconto per successivi acquisti.

Non altrettanto chiaro per il Garante era il fatto che il banner provenisse da un’azienda diversa da quella con cui era stato appena concluso l’acquisto (Webloyalty); l’effetto decettivo era raggiunto utilizzando grafica, colori e caratteri identici a quelli della società venditrice, in modo tale che il consumatore non percepisse alcuna differenza, credendo così di beneficiare di un programma fedeltà offerto dall’azienda ai propri clienti.

Allo stesso modo, per il Garante le informazioni messe a disposizione del cliente a partire dal banner non consentivano nemmeno di comprendere che il buono sconto per i successivi acquisti veniva concesso attraverso un meccanismo di cash back per cui il consumatore restava obbligato a corrispondere a Webloyalty una fee mensile a titolo di abbonamento per poter usufruire degli sconti.

Con questo sistema migliaia di consumatori hanno fornito i dati delle proprie carte di credito, credendo di ottenere un buono sconto e vedendosi invece addebitare ogni mese 12 euro come costo di un abbonamento a cui in realtà non avevano mai voluto aderire.

A guadagnarci non era solo Webloyalty ma anche tutti i partner commerciali che avevano aderito al programma; per ogni abbonamento sottoscritto dai consumatori, Webloyalty pagava infatti una commissione all’azienda dal cui sito era partita l’attivazione del servizio.

La posizione di una delle aziende coinvolte (eBay) è stata invece giudicata con minore severità dal Garante in quanto il suo ritorno economico consisteva esclusivamente in un corrispettivo correlato al numero di pagine visitate dai consumatori agganciati attraverso il meccanismo del banner pubblicitario giudicato ingannevole dall’Autorità.

Il provvedimento è disponibile qui.

Dall’AGCM chiarimento sull’applicazione della nuova disciplina alle operazioni di concentrazione

Pochi giorni fa l’AGCM ha reso un importante chiarimento riguardo al tempo in cui si perfeziona un’operazione di concentrazione ai fini dell’applicabilità della nuova disciplina sull’obbligo di comunicazione preventiva all’Autorità.

Come noto, a partire dal 1° gennaio 2013 le soglie di fatturato il cui superamento comporterà l’obbligo di comunicazione preventiva all’AGCM non saranno più alternative bensì cumulative.

Il mutamento della disciplina porta però con sé un dubbio: quale criterio si applica alle operazioni di concentrazione complesse che, avviate entro quest’anno attraverso una serie di negozi preparatori (lettere di intenti, contratti preliminari, etc..), si concludano solo nel 2013?

Per l’AGCM il momento oltre il quale non è più possibile fare tempestivamente la comunicazione preventiva all’Autorità, è quello in cui si produce l’effetto dell’acquisizione del controllo, momento che coincide con il contratto finale (closing) produttivo dell’effetto concentrativo.

Ne consegue che la disciplina sulle nuove soglie di fatturato si applicherà esclusivamente alle operazioni di concentrazione che, sebbene avviate entro quest’anno, siano destinate a concludersi nel 2013.

Inottemperanza reiterata a provvedimenti AGCM: il caso KIA

La reiterazione di una pratica commerciale scorretta non comporta inottemperanza se a porla in essere è una società diversa da quella cui si riferisce l’originario provvedimento dell’AGCM.

Con provvedimento n. 23934, pubblicato sul Bollettino n. 40 del 22 ottobre 2012, l’AGCM ha deliberato di non procedere nei confronti delle società Koelliker Importazioni S.p.A. (già Kia Motors Italia S.p.A.) e KIA Motors Company Italy S.r.l. per la mancata ottemperanza alla precedente delibera n. 23013 del 23 novembre 2011 con la quale l’AGCM aveva contestato alla prima delle due società la pratica commerciale scorretta consistente nel far credere ai consumatori mediante una campagna pubblicitaria diffusa in tv e sulla stampa che i propri veicoli fossero coperti da una garanzia di sette anni, salvo poi limitarne la portata nelle condizioni generali pubblicate sul sito Kia dove si specificava che per alcuni componenti del veicolo la medesima garanzia avrebbe invece avuto una durata inferiore di tre anni.

In seguito a tale decisione, la KIA Motors Company Italy S.r.l. ha intrapreso una nuova campagna pubblicitaria con gli stessi profili di ingannevolezza precedentemente accertati, ragion per cui l’AGCM ha avviato il procedimento di inottemperanza poi conclusosi con il non luogo a procedere.

La decisione di non procedere trova la sua spiegazione nel fatto che, come accertato dall’AGCM nel corso del procedimento, la KIA Motors Company Italy S.r.l. costituisce un soggetto autonomo e distinto rispetto alla Koelliker Importazioni S.p.A. (già Kia Motors Italia S.p.A.), essendo subentrata a quest’ultima nelle attività di vendita e marketing aventi ad oggetto la commercializzazione in Italia delle autovetture a marchio KIA.

Stante l’autonomia tra i due soggetti, l’AGCM ha dovuto constatare che non era possibile contestare a KIA Motors Company Italy S.r.l. l’inottemperanza ad un provvedimento di cui non era destinataria, adottando di conseguenza la decisione di non luogo a provvedere.

Amazon rivede la propria garanzia: l’AGCM approva

Con provvedimento numero 23886 pubblicato sul Bollettino n. 37 del 1° ottobre 2012, l’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato ha accettato, rendendola obbligatoria, la proposta di impegni formulata dal gruppo Amazon per chiudere senza l’irrogazione di sanzioni il procedimento istruttorio volto ad investigare l’eventuale esistenza di una pratica commerciale scorretta in materia di garanzia legale imputabile al colosso americano del commercio on line.

I presupposti di fatto alla base dell’avvio del procedimento appaiono speculari a quelli che di recente hanno condotto alla condanna del gruppo Apple al pagamento di una maxi sanzione di € 900.000,00: secondo l’Autorità, infatti, Amazon non avrebbe informato in modo adeguato i consumatori dell’applicabilità ai prodotti acquistati su amazon.it della garanzia legale di conformità, sovrapponendo spesso quest’ultima a quella convenzionale del produttore ed impedendo in questo ai consumatori di fruire appieno dei propri diritti;  per altro verso, come già accaduto in parte nella vicenda Apple, sulle pagine di amazon.it sarebbe stato offerto in vendita un servizio di assistenza a pagamento per il noto lettore “Kindle”, senza tuttavia chiarire adeguatamente il diritto dei consumatori alla riparazione o alla sostituzione gratuita del bene nei due anni successivi all’acquisto a prescindere dall’attivazione del contratto per ottenere i servizi di assistenza a pagamento.

Per evitare di incorrere in una sorte analoga a quella di Apple, Amazon si è impegnata a riformulare completamente le informazioni contenute sul proprio sito in materia di garanzia legale, chiarendo in modo trasparente e con il ricorso ad esempi pratici il diritto incondizionato del consumatore alla riparazione o sostituzione del prodotto nei due anni successivi all’’acquisto per qualsiasi difetto non riconducibile a un uso improprio del bene.

Tra gli impegni di Amazon non manca poi quello di rivedere le proprie procedure interne, anche attraverso adeguati corsi di formazione diretti al personale, affinché i consumatori vedano riconosciuti i propri diritti nel momento in cui si rivolgono al servizio assistenza clienti di Amazon per problemi tecnici con i prodotti acquistati sul sito.

Anche l’offerta del servizio di assistenza a pagamento sarà affiancata d’ora in poi da un’informazione chiara e trasparente sul contenuto della garanzia legale; a coloro che invece hanno già acquistato il servizio, Amazon invierà una comunicazione via email contenente la descrizione della garanzia legale di conformità con la precisazione che la stessa si applica anche al Kindle.

AppleCare Protection: la difesa di Apple non convince l’Europa

In questi giorni il Commissario Europeo per la Giustizia, Viviane Reding, ha preso in mano carta e penna, scrivendo ai Ministri dei 27 Stati dell’Unione competenti in materia di tutela dei consumatori.

L’oggetto della comunicazione è ancora una volta l’AppleCare Protection ovvero il servizio di assistenza tecnica offerto a pagamento da Apple una volta scaduta la garanzia del produttore valida soltanto per il primo anno dall’acquisto.

Per il Commissario europeo Apple, nel promuovere la vendita del proprio servizio a pagamento, indurrebbe i consumatori in errore, non rappresentando in modo chiaro e trasparente che anche durante il secondo anno i consumatori hanno comunque diritto alla riparazione o alla sostituzione gratuita dei prodotti acquistati in forza della cosiddetta garanzia di conformità prevista dalla normativa europea per tutti gli Stati membri.

Prendendo spunto dall’esperienza italiana, dove Apple è stata sanzionata dall’AGCM con una multa di € 900.000,00 per pratiche commerciali scorrette, la Reding ha esortato le autorità competenti in tutti gli altri Stati membri ad attivarsi adottando i rimedi previsti dai rispettivi ordinamenti nazionali per porre fine alla condotta ingannevole di Apple.

Già nel recente passato la Commissione europea si era occupata dell’AppleCare, lasciando alla Direzione Generale per la Salute e i Consumatori il compito di spiegare al gruppo Apple con una nota del 19 aprile 2012 che “The fact that, according to art. 5.3., “[…] any lack of conformity which becomes apparent within six months of delivery of the goods shall be presumed to have existed at the time of delivery […]” does not mean that lacks of conformity appearing in the following 18 months should be excluded frome the seller’s liability”.

Ricordiamo che a giorni il Consiglio di Stato dovrà decidere sul ricorso in appello proposto da Apple contro la sentenza del Tar Lazio che aveva confermato il provvedimento sanzionatorio dell’AGCM.

AGCM: nuova comunicazione sulla procedura per la presentazione degli impegni

Il 6 settembre 2012 con provvedimento n. 23817 l’AGCM ha approvato una nuova comunicazione sulla procedura prevista dall’art. 14 ter della Legge 10 ottobre 1990 n. 287.

La comunicazione ha come fine quello di informare in dettaglio le imprese circa le modalità di presentazione degli impegni e le procedure di valutazione degli stessi nel caso in cui l’AGCM apra un’istruttoria per accertare la possibile violazione degli artt. 2 (intese restrittive della concorrenza) e 3 (abuso di posizione dominante) della Legge 10 ottobre 1990 n. 287 ovvero degli artt. 101 e 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

In questi casi, infatti, a norma dell’art. 14 ter sopra menzionato “Entro tre mesi dalla notifica dell’apertura di un’istruttoria per l’accertamento della violazione degli articoli 2 o 3 della presente legge o degli articoli 81 o 82 del Trattato CE, le imprese possono presentare impegni tali da far venire meno i profili anticoncorrenziali oggetto dell’istruttoria. L’Autorità, valutata l’idoneità di tali impegni, può, nei limiti previsti dall’ordinamento comunitario, renderli obbligatori per le imprese e chiudere il procedimento senza accertare l’infrazione”.

La nuova comunicazione chiarisce che, con largo anticipo rispetto alla scadenza del termine ultimo per la presentazione degli impegni, l’impresa può sottoporre all’attenzione dell’AGCM la loro versione non definitiva. L’Autorità, quindi, anche su istanza dell’interessato, sente eventualmente l’impresa affinché quest’ultima fornisca i chiarimenti e le precisazioni necessari per una migliore comprensione del contenuto degli impegni, disponendo, se del caso, le integrazioni atte a garantire l’effettiva eliminazione dei profili anticoncorrenziali oggetto dell’istruttoria.

Una volta scaduto il termine di tre mesi, non è più ammessa la possibilità di presentare impegni, salvo ipotesi eccezionali da valutarsi caso per caso sulla base di una motivata istanza di parte.

In ogni caso gli impegni, sia nella versione provvisoria che in quella definitiva, dovranno essere presentati mediante l’apposita modulistica predisposta dall’Autorità.

Quanto alla valutazione degli impegni, tre sono i casi in cui l’Autorità può legittimamente decidere di non procedere al loro esame:
– quando la loro presentazione avvenga fuori termine, così da salvaguardare l’economia procedimentale dell’azione amministrativa;
– nei casi più gravi di comportamenti lesivi della concorrenza, in cui appare opportuna l’irrogazione di una sanzione;
ogniqualvolta gli impegni, a un primo esame, si rivelino manifestamente inidonei a far cessare i profili anticoncorrenziali indicati nel provvedimento di avvio dell’istruttoria, anche avuto riguardo, da un lato, alla possibilità di darvi tempestiva e completa attuazione, e dall’altro, alla loro verificabilità.

Diversamente, l’AGCM procede alla loro valutazione, disponendone la pubblicazione tanto sul Bollettino ufficiale dell’Autorità quanto sul proprio sito internet.

A questo punto parte il cosiddetto “market test”, in cui nei 30 giorni successivi alla pubblicazione della proposta di impegni sul sito internet dell’AGCM, tutti i soggetti interessati possono far pervenire all’Autorità le proprie osservazioni scritte al riguardo.
L’esito del “market test” è tempestivamente comunicato dalla Direzione istruttoria alla Parte interessata che entro 60 giorni dalla data di pubblicazione sul sito della proposta, può rappresentare per iscritto all’Autorità la propria posizione sulle altrui osservazioni. In questa fase è anche ammessa una modifica della proposta ma solo nella misura in cui sia diretta a tener conto delle osservazioni pervenute: anche sulla scorta delle precedenti esperienze – si veda per esempio il recente caso Apple- si vuole infatti evitare che nel corso dell’istruttoria la Parte presenti all’Autorità una nuova proposta, allungando così i tempi dell’istruttoria a scapito del principio di economicità dell’azione amministrativa.

L’Autorità, infatti, entro tre mesi dalla pubblicazione degli impegni, deve concludere il procedimento, assumendo la propria decisone in merito al rifiuto o all’accettazione della proposta. Questo termine si sospende solo nel caso in cui sia obbligatorio acquisire il parere di altri soggetti.

Le disposizioni contenute nella nuova comunicazione entreranno in vigore a partire dal 17 settembre 2012.