Più utenti, più attacchi: i risultati di un’indagine ad opera di Kaspersky Lab sul cybercrime legato a Bitcoin

I bitcoin, fin dalla loro ideazione, hanno frequentemente attirato l’attenzione di soggetti dediti a truffe commesse mediante l’uso di internet.

E’ fondamentale infatti che gli stessi vengano depositati sul computer in appositi formati crittografati; in carenza di tale cautela, è infatti sufficiente per il truffatore rubare il file del wallet – ossia il conto corrente on line che permette di ricevere ed inviare denaro – per ottenere le informazioni circa le monete contenute all’interno, accedendo di conseguenza all’account della vittima designata.

Il 22 aprile 2014, Kaspersky Lab ha pubblicato i risultati di un’indagine (“Financial cyber threats in 2013”), che dimostra come siano aumentati episodi di malware finanziario riferito a Bitcoin: rispetto all’anno precedente, lo studio ha evidenziato un aumento del numero di attacchi pari a 2,5 volte, per un totale di 8,3 milioni.

Gli strumenti utilizzati dagli hacker sono di due tipologie: la prima comprende programmi per rubare i file del wallet, mentre le applicazioni relative alla seconda categoria sono finalizzate all’installazione, su computer infetti, del software che genera bitcoin, il cosiddetto “mining”. Secondo Sergey Lozhkin, Senior Researcher di Kaspersky Lab, l’aumento del valore dei bitcoin nel 2013 di 85 volte, ha inevitabilmente attirato l’attenzione dei criminali informatici; il rischio maggiore per gli utenti è soprattutto dato dal fatto che, in caso di attacco, è quasi impossibile recuperare il denaro rubato.

I bitcoin non sono moneta

A dispetto del nome i bitcoin – la più popolare c.d. “moneta virtuale del momento – non sono moneta ma semplicemente un bene giuridico dotato di un suo valore di mercato e, come tale, naturalmente utilizzabile anche per acquistare qualsiasi tipo di altro bene – materiale o immateriale che sia – proprio come accadeva nei secoli scorsi attraverso un baratto.

Il bitcoin come l’oro o un altro qualsiasi metallo più o meno prezioso ed il cui valore è affidato alla fluidità dei mercati e si scambia, appunto, sulla base di un “prezzo di mercato”.

A mettere nero su bianco il principio – per la verità già pacifico per molti – è stato, nei giorni scorsi, l’IRS, Internal Revenue service ovvero l’omologo statunitense della nostra Agenzia delle entrate che attraverso una lunga serie di FAQ, finalizzata a spiegare come debbano essere trattate, sotto il profilo della tassazione, le transazioni in bitcoin, ha chiarito in modo semplice e lineare che la più nota delle “monete virtuali” del momento non è una moneta ma una “proprietà” e che, pertanto, non ha “corso legale” ma costituisce un semplice asset patrimoniale.

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