Biblioteche libere di digitalizzare le opere in catalogo?

Le biblioteche possono digitalizzare i libri che hanno in catalogo e porli a disposizione degli utenti, in versione digitale, attraverso appositi terminali, consentendo, peraltro, a questi ultimi di stamparne copie negli stessi limiti ed alle stesse condizioni, nel rispetto dei quali, è già possibile fotocopiare le edizioni cartacee.

E’ questa la sintesi delle conclusioni dell’Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea in un procedimento di straordinario rilievo al quale, infatti, stanno partecipando – oltre alle parti del giudizio all’origine della controversia – numerosi Governi, tra i quali quello italiano e, soprattutto, le associazioni europee più rappresentative di biblioteche e editori.

La “pietra europea dello scandalo” è rappresentata dalla decisione di una biblioteca tedesca di porre a disposizione dei suoi utenti, previa digitalizzazione, la copia di un testo scientifico, autorizzando, addirittura, i propri utenti ad estrarne copie su una pennetta USB.

La casa editrice del testo in questione ha reagito citando in giudizio la biblioteca e contestandole la violazione dei propri diritti d’autore specie in ragione del fatto che la stessa biblioteca aveva rifiutato di accettare una proposta formulatale dall’editore di acquisto di licenze per la versione digitale del testo in questione.

Si è arrivati così davanti ai Giudici della Corte di Giustizia ai quali, nei giorni scorsi, l’Avvocato Generale ha suggerito di considerare il diritto di riproduzione in digitale – ovvero di digitalizzazione – esercitato al fine di rendere fruibile un’opera cartacea attraverso i terminali della biblioteca come parte integrante del diritto di comunicazione al pubblico e, dunque, della libera utilizzazione – rispetto a tale ultimo diritto – espressamente prevista per le biblioteche.

Continua a leggere su L’Espresso | Avvocato del diavolo di Guido Scorza

Le vendite su eBay a rischio negli Stati Uniti

La Corte Suprema americana sarà chiamata a breve a decidere sull’interpretazione della legge della first-sale doctrine.

Ciò a seguito della condanna, emessa dalla Corte Federale di New York, di un ragazzo al pagamento della somma di 600.000 dollari per aver venduto sul suolo americano, tramite eBay, dei libri acquistati all’estero per beneficiare di un prezzo inferiore. È quanto successo a Supap Kirtsaeng, studente universitario, il quale aveva deciso di vendere quei testi per pagarsi gli studi.

La first-sale doctrine è una legge che risale al 1908 secondo la quale il soggetto che detiene il copyright di un determinato prodotto, conserva tale diritto soltanto fino al primo acquisto dello stesso, trasferendo all’acquirente la piena titolarità del bene e, pertanto, la possibilità di rivenderlo senza essere tenuto a richiedere l’autorizzazione del produttore.

Nella sentenza in esame la Corte Federale di New York si è pronunciata a favore della casa editrice John Wiley & Sons, interpretando la firs-sale doctrine come non applicabile ai beni prodotti e acquistati all’estero. Secondo l’organo giudicante, la rivendita effettuata da Supap Kirtsaeg sarebbe stata lecita solo se lo stesso avesse richiesto ed ottenuto formale permesso dalla casa editrice.

Questa interpretazione eccessivamente restrittiva della norma potrebbe avere come conseguenza l’esclusione del passaggio della proprietà di un bene dal produttore all’acquirente a seguito del lecito acquisto di un prodotto all’estero. Le ripercussioni, per assurdo, potrebbero riguardare moltissimi beni di uso comune (dai libri agli smartphone) i quali non potrebbero nemmeno più essere regalati.

Se l’orientamento dovesse essere confermato dalla Corte Suprema, anche eBay potrebbe subire forti ripercussioni dal precedente che si andrebbe a creare in quanto il business del colosso delle vendite online si basa prevalentemente sulla logica della rivendita di beni, anche usati.

Per questo eBay si è schierata al fianco del proprio utente, interpellando a tal fine la Citizens for Ownership Rights (CFOR), un gruppo di associazioni in difesa dei consumatori che sta raccogliendo firme per una petizione da indirizzare al Presidente e al Procuratore Generale, affinché rivedano l’interpretazione della first sale doctrine.

Nel frattempo, si aspetta a breve e con molto interesse la pronuncia definitiva rimessa al giudizio della Corte Suprema degli Stati Uniti.