Booking.com rinuncia [in parte] al miglior prezzo garantito

L’Autorità Garante per la concorrenza ed il mercato ha pubblicato lo scorso 15 dicembre gli impegni che Booking.com – la popolare piattaforma di prenotazioni alberghiere online – si è dichiarata disponibile ad assumere, pur senza riconoscere, evidentemente, alcuna propria responsabilità, per far cadere le contestazioni di violare le regole della concorrenza mossele dalla nostra Authority e da alcune sue omologhe di altri Paesi.

All’origine di tali contestazioni, in particolare, la clausola c.d. Most Favored Nation – in acronimo MFN – attualmente contenuta nelle condizioni generali che legano Booking ai gestori degli Hotel e che impegnano questi ultimi ad offrire ai clienti che prenotano attraverso la piattaforma un prezzo eguale o migliore rispetto a quello praticato su ogni altro canale di vendita diretto o indiretto.

L’effetto restrittivo della concorrenza di tale clausola, secondo le contestazioni mosse dall’Authority, sarebbe amplificato dalla clausola presente nelle condizioni generali che disciplinano il rapporto tra Booking ed i clienti finali in forza della quale i gestori degli hotel sarebbero tenuti al rimborso qualora un cliente trovi, al di fuori di Booking, un’offerta migliore di quella riservatagli in sede di prenotazione online.

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Importante pronuncia sulla sponsorizzazione dei propri siti mediante marchio altrui

È lecito l’utilizzo di espressioni corrispondenti al marchio di un concorrente per sponsorizzare il link al proprio sito?

La Corte di Cassazione francese ha risposto in modo affermativo a tale domanda, ponendo fine, almeno in Francia, a una querelle giuridica di lungo corso sul diritto della concorrenza in rete.

La questione è nota per essere stata più volte oggetto di attenzione da parte degli addetti ai lavori: un’azienda compra dai motori di ricerca espressioni corrispondenti a marchi famosi di altre società concorrenti per sponsorizzare il link al proprio sito internet; quando un utente digita nel motore di ricerca la parola chiave corrispondente al marchio, tra i link sponsorizzati compare anche quello dell’azienda che ha scelto il marchio altrui per fare pubblicità al proprio sito.

In Italia un comportamento del genere è generalmente ricondotto nell’ambito della concorrenza sleale, almeno per quanto riguarda la posizione della società che acquista il servizio di sponsorizzazione.

Non così in Francia. La Corte di Cassazione ha infatti respinto l’azione proposta da una società francese contro Google e un suo concorrente per impedire a tali soggetti, rispettivamente, di vendere ed acquistare espressioni corrispondenti al proprio marchio per fare pubblicità al sito di un concorrente.

Per i giudici francesi, l’attività in questione è perfettamente lecita all’unica condizione che non si crei un rischio di confusione per gli utenti.

Tale rischio, però, ad avviso della Corte, non sussiste con riferimento al servizio Adwords di Google, in quanto il suo funzionamento consente all’utente di rendersi conto che, nonostante l’inserimento nel motore di ricerca di una parola corrispondente a un noto marchio commerciale, i link sponsorizzati restituiti tra i risultati della ricerca potrebbero appartenere anche a società concorrenti senza alcun collegamento con il titolare del marchio.

Resta ora da capire se il principio affermato dalla giurisprudenza francese comincerà a farsi strada anche all’interno di altri ordinamenti europei.

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