Booking.com rinuncia [in parte] al miglior prezzo garantito

L’Autorità Garante per la concorrenza ed il mercato ha pubblicato lo scorso 15 dicembre gli impegni che Booking.com – la popolare piattaforma di prenotazioni alberghiere online – si è dichiarata disponibile ad assumere, pur senza riconoscere, evidentemente, alcuna propria responsabilità, per far cadere le contestazioni di violare le regole della concorrenza mossele dalla nostra Authority e da alcune sue omologhe di altri Paesi.

All’origine di tali contestazioni, in particolare, la clausola c.d. Most Favored Nation – in acronimo MFN – attualmente contenuta nelle condizioni generali che legano Booking ai gestori degli Hotel e che impegnano questi ultimi ad offrire ai clienti che prenotano attraverso la piattaforma un prezzo eguale o migliore rispetto a quello praticato su ogni altro canale di vendita diretto o indiretto.

L’effetto restrittivo della concorrenza di tale clausola, secondo le contestazioni mosse dall’Authority, sarebbe amplificato dalla clausola presente nelle condizioni generali che disciplinano il rapporto tra Booking ed i clienti finali in forza della quale i gestori degli hotel sarebbero tenuti al rimborso qualora un cliente trovi, al di fuori di Booking, un’offerta migliore di quella riservatagli in sede di prenotazione online.

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La Commissione Europea approva la concentrazione Facebook/Whatsapp

Facebook-e-WhatsApp

Ad agosto 2014 la Commissione Europea aveva ricevuto la notifica preventiva, obbligatoria per le concentrazioni di dimensione comunitaria, del progetto sulla base del quale Facebook Inc. intendeva acquisire il pieno controllo di  WhatsApp Inc. mediante acquisto di quote.

La Commissione Europea, infatti, deve analizzare e preventivamente approvare tutte le fusioni e le acquisizioni che coinvolgono imprese il cui fatturato sia, complessivo a livello mondiale, superiore a 5 miliardi di euro e, realizzato singolarmente nella UE, superiore a 250 milioni di euro. Ciò al fine di evitare operazioni che potrebbero avere un impatto negativo sulla concorrenza effettiva nello Spazio economico europeo o in una sua parte sostanziale.

A seguito dell’esame preliminare allora effettuato, la Commissione aveva ritenuto il progetto notificato come rientrante nel campo d’applicazione del regolamento sulle concentrazioni, riservandosi una decisione sulla compatibilità con gli equilibri del mercato comune e della concorrenza, avuto riguardo alla similarità tra Facebook Messenger, servizio fornito da Facebook Inc., e Whatsapp.

Lo scorso 3 ottobre, con un lungo comunicato stampa, la Commissione Europea ha reso noto di aver autorizzato la proposta di acquisizione, riconoscendo che la transazione non avrà alcuna ripercussione negativa sui consumatori e non porrà ostacoli alla concorrenza in quanto Facebook Messenger e WhatsApp non sono concorrenti prossimi.

Partendo dalle funzionalità comuni alle due applicazioni, la Commissione ha ritenuto necessario eseguire approfondimenti su tre particolari aree: comunicazione, social networking e pubblicità online.

Le sostanziali differenze tra i due servizi, nonostante alcuni punti in comune nelle funzionalità e nelle modalità di utilizzo, avuto anche riguardo alla continua evoluzione dell’offerta di applicazioni, non permetterebbero a Facebook, mediante l’acquisizione, di rafforzare la propria posizione nel mercato e, di conseguenza, ostacolare la concorrenza.

Una delle criticità sulla quale la Commissione si è concentrata, riguarda la possibilità che Facebook, sfruttando i dati raccolti tramite Whatsapp, possa rendere maggiormente mirata ed incisiva la pubblicità inserita in Facebook. Tale circostanza, seppur riconosciuta come probabile dalla Commissione, non è stata comunque ritenuta dannosa per gli equilibri della concorrenza, avuto riguardo alla molteplicità di servizi offerti sul mercato e tendenti, appunto, a fornire pubblicità mirata. Ogni ulteriore valutazione sugli effetti della concentrazione di dati sotto il controllo di Facebook, a detta della Commissione stessa, dovrà semmai essere fatta alla luce della normativa in materia di privacy.

Appare evidente, quindi, che l’acquisizione della più diffusa applicazione di messaggistica istantanea da parte del colosso di Palo Alto, seppur assolutamente corretta dal punto di vista delle regole sulla concorrenza, potrebbe suscitare perplessità e preoccupazione in relazione alla privacy degli utenti.

 

Importante pronuncia sulla sponsorizzazione dei propri siti mediante marchio altrui

È lecito l’utilizzo di espressioni corrispondenti al marchio di un concorrente per sponsorizzare il link al proprio sito?

La Corte di Cassazione francese ha risposto in modo affermativo a tale domanda, ponendo fine, almeno in Francia, a una querelle giuridica di lungo corso sul diritto della concorrenza in rete.

La questione è nota per essere stata più volte oggetto di attenzione da parte degli addetti ai lavori: un’azienda compra dai motori di ricerca espressioni corrispondenti a marchi famosi di altre società concorrenti per sponsorizzare il link al proprio sito internet; quando un utente digita nel motore di ricerca la parola chiave corrispondente al marchio, tra i link sponsorizzati compare anche quello dell’azienda che ha scelto il marchio altrui per fare pubblicità al proprio sito.

In Italia un comportamento del genere è generalmente ricondotto nell’ambito della concorrenza sleale, almeno per quanto riguarda la posizione della società che acquista il servizio di sponsorizzazione.

Non così in Francia. La Corte di Cassazione ha infatti respinto l’azione proposta da una società francese contro Google e un suo concorrente per impedire a tali soggetti, rispettivamente, di vendere ed acquistare espressioni corrispondenti al proprio marchio per fare pubblicità al sito di un concorrente.

Per i giudici francesi, l’attività in questione è perfettamente lecita all’unica condizione che non si crei un rischio di confusione per gli utenti.

Tale rischio, però, ad avviso della Corte, non sussiste con riferimento al servizio Adwords di Google, in quanto il suo funzionamento consente all’utente di rendersi conto che, nonostante l’inserimento nel motore di ricerca di una parola corrispondente a un noto marchio commerciale, i link sponsorizzati restituiti tra i risultati della ricerca potrebbero appartenere anche a società concorrenti senza alcun collegamento con il titolare del marchio.

Resta ora da capire se il principio affermato dalla giurisprudenza francese comincerà a farsi strada anche all’interno di altri ordinamenti europei.

Per un approfondimento sull’argomento, clicca qui.

AGCM: nuova comunicazione sulla procedura per la presentazione degli impegni

Il 6 settembre 2012 con provvedimento n. 23817 l’AGCM ha approvato una nuova comunicazione sulla procedura prevista dall’art. 14 ter della Legge 10 ottobre 1990 n. 287.

La comunicazione ha come fine quello di informare in dettaglio le imprese circa le modalità di presentazione degli impegni e le procedure di valutazione degli stessi nel caso in cui l’AGCM apra un’istruttoria per accertare la possibile violazione degli artt. 2 (intese restrittive della concorrenza) e 3 (abuso di posizione dominante) della Legge 10 ottobre 1990 n. 287 ovvero degli artt. 101 e 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

In questi casi, infatti, a norma dell’art. 14 ter sopra menzionato “Entro tre mesi dalla notifica dell’apertura di un’istruttoria per l’accertamento della violazione degli articoli 2 o 3 della presente legge o degli articoli 81 o 82 del Trattato CE, le imprese possono presentare impegni tali da far venire meno i profili anticoncorrenziali oggetto dell’istruttoria. L’Autorità, valutata l’idoneità di tali impegni, può, nei limiti previsti dall’ordinamento comunitario, renderli obbligatori per le imprese e chiudere il procedimento senza accertare l’infrazione”.

La nuova comunicazione chiarisce che, con largo anticipo rispetto alla scadenza del termine ultimo per la presentazione degli impegni, l’impresa può sottoporre all’attenzione dell’AGCM la loro versione non definitiva. L’Autorità, quindi, anche su istanza dell’interessato, sente eventualmente l’impresa affinché quest’ultima fornisca i chiarimenti e le precisazioni necessari per una migliore comprensione del contenuto degli impegni, disponendo, se del caso, le integrazioni atte a garantire l’effettiva eliminazione dei profili anticoncorrenziali oggetto dell’istruttoria.

Una volta scaduto il termine di tre mesi, non è più ammessa la possibilità di presentare impegni, salvo ipotesi eccezionali da valutarsi caso per caso sulla base di una motivata istanza di parte.

In ogni caso gli impegni, sia nella versione provvisoria che in quella definitiva, dovranno essere presentati mediante l’apposita modulistica predisposta dall’Autorità.

Quanto alla valutazione degli impegni, tre sono i casi in cui l’Autorità può legittimamente decidere di non procedere al loro esame:
– quando la loro presentazione avvenga fuori termine, così da salvaguardare l’economia procedimentale dell’azione amministrativa;
– nei casi più gravi di comportamenti lesivi della concorrenza, in cui appare opportuna l’irrogazione di una sanzione;
ogniqualvolta gli impegni, a un primo esame, si rivelino manifestamente inidonei a far cessare i profili anticoncorrenziali indicati nel provvedimento di avvio dell’istruttoria, anche avuto riguardo, da un lato, alla possibilità di darvi tempestiva e completa attuazione, e dall’altro, alla loro verificabilità.

Diversamente, l’AGCM procede alla loro valutazione, disponendone la pubblicazione tanto sul Bollettino ufficiale dell’Autorità quanto sul proprio sito internet.

A questo punto parte il cosiddetto “market test”, in cui nei 30 giorni successivi alla pubblicazione della proposta di impegni sul sito internet dell’AGCM, tutti i soggetti interessati possono far pervenire all’Autorità le proprie osservazioni scritte al riguardo.
L’esito del “market test” è tempestivamente comunicato dalla Direzione istruttoria alla Parte interessata che entro 60 giorni dalla data di pubblicazione sul sito della proposta, può rappresentare per iscritto all’Autorità la propria posizione sulle altrui osservazioni. In questa fase è anche ammessa una modifica della proposta ma solo nella misura in cui sia diretta a tener conto delle osservazioni pervenute: anche sulla scorta delle precedenti esperienze – si veda per esempio il recente caso Apple- si vuole infatti evitare che nel corso dell’istruttoria la Parte presenti all’Autorità una nuova proposta, allungando così i tempi dell’istruttoria a scapito del principio di economicità dell’azione amministrativa.

L’Autorità, infatti, entro tre mesi dalla pubblicazione degli impegni, deve concludere il procedimento, assumendo la propria decisone in merito al rifiuto o all’accettazione della proposta. Questo termine si sospende solo nel caso in cui sia obbligatorio acquisire il parere di altri soggetti.

Le disposizioni contenute nella nuova comunicazione entreranno in vigore a partire dal 17 settembre 2012.