Corte di Giustizia e opere fuori commercio

La sentenza della Corte di Giustizia sulle opere fuori commercio (causa C‑301/15, Soulier e Doke) è senza dubbio destinata ad avere un impatto significativo e non solo sull’ordinamento francese, direttamente investito dal caso.

Il Conseil d’État, con decisione del 6 maggio 2015, ha rimesso alla Corte di Giustizia la domanda di pronuncia pregiudiziale sull’interpretazione degli artt. 2 e 5 della direttiva 2001/29/CE (direttiva c.d. InfoSoc) in relazione al Decreto n. 2013-182, del 27 febbraio 2013, recante applicazione degli articoli da L. 134-1 a L. 134-9 del Codice della proprietà intellettuale. Gli articoli in questione, introdotti in Francia dalla Legge del 1 marzo 2012 sullo sfruttamento digitale dei libri non disponibili del XX secolo, prevedevano la possibilità della digitalizzazione di massa per le opere letterarie fuori commercio e pubblicate prima del 2001.

La legge francese prevede che le collecting society rappresentative possano autorizzare le biblioteche a digitalizzare tali opere e a metterle a disposizione del pubblico per mezzo di una banca dati pubblica. È appena il caso di ricordare che tali opere, pur essendo fuori commercio, sono ancora coperte da diritti d’autore: la legge, quindi, in caso di disaccordo, riconosce all’autore o all’editore, in caso di disaccordo, la facoltà di notificare alla collecting society la propria volontà di escludere dalla banca dati anzidetta le opere di cui detengono i diritti. Tale comunicazione deve avvenire entro sei mesi dall’inserimento dell’opera nella predetta banca dati.

Il quesito affrontato dalla Corte di Giustizia è essenzialmente questo: una legge che consenta alle collecting society la facoltà di autorizzare la riproduzione e la comunicazione al pubblico delle opere è in contrasto con gli artt. 2 e 5 della direttiva InfoSoc, che concedono invece detta facoltà agli autori e non agli organismi che gestiscono collettivamente i loro diritti?

La risposta della Corte, in linea con l’opinione dell’Avvocato Generale del luglio scorso, è affermativa. È necessario, quindi, il consenso del titolare del diritto (autore o editore) per l’inserimento dell’opera nella banca dati.

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Udienza in Corte di Giustizia per l’equo compenso

Si è tenuta ieri, presso la Corte di Giustizia, l’udienza della controversia Nokia Italia and Others (Case C-110/15) relativa alla conformità al diritto comunitario della legislazione italiana in materia di equo compenso. Nel procedimento in questione, E-Lex ha assistito un’importante associazione di consumatori, che rivendica l’eccessività delle tariffe – almeno rispetto al passato e rispetto a quelle previste in altri Paesi europei – per la c.d. copia privata effettuata attraverso smartphone, tablet, PC, pennette USB ed altri analoghi dispositivi e supporti.

La Commissione e gli Stati Uniti si accordano sul Privacy Shield

La Commissione europea e il governo americano hanno raggiunto un’intesa sul Privacy Shield, l’accordo che dovrebbe sostituire i safe harbor agreement dopo la sentenza Schrems della Corte di Giustizia.
Il testo dell’accordo non è stato ancora licenziato, ma prevedrà maggiori garanzie per i cittadini comunitari, l’impegno da parte degli Stati Uniti di limiti chiari, garanzie e meccanismi di controllo nelle attività di sorveglianza per motivi di sicurezza nazionale e regole certe per le imprese.
Il comunicato stampa della Commissione europea è disponibile all’indirizzo http://europa.eu/rapid/press-release_IP-16-216_en.htm.

La Corte di Giustizia annulla la Direttiva 2006/24/CE sulla conservazione dei dati di traffico

La Corte di Giustizia ha dichiarato invalida la Direttiva 2006/24/CE che aveva come obiettivo quello di armonizzare le legislazioni degli Stati membri sulla conservazione dei dati di traffico telematico e telefonico con lo scopo di renderli disponibili a fini di indagine e accertamento di gravi reati. Per questo motivo la Direttiva imponeva agli Stati membri di introdurre nei rispettivi ordinamenti l’obbligo, per i fornitori di servizi di comunicazione elettronica, di conservare i dati relativi al traffico per un periodo minimo di 6 mesi sino a un massimo di 24 mesi affinché fossero a disposizione delle Autorità nazionali per il perseguimento di gravi reati.

Per la Corte, tuttavia, tale Direttiva incide in modo rilevante sui diritti fondamentali, stabiliti dalla Carta europea, al rispetto della vita privata ed alla protezione dei dati personali, eccedendo i limiti imposti dal principio di proporzionalità.

Se infatti una limitazione dei diritti fondamentali può essere giustificata dal perseguimento di interessi generali, come la lotta e il contrasto al terrorismo o ad altri gravi reati, ciò deve avvenire limitando l’intervento a quanto strettamente necessario per il raggiungimento di tali finalità.

Secondo la Corte, tuttavia, il legislatore comunitario non ha tenuto conto di tale principio disciplinando l’obbligo di conservazione dei dati di traffico.

In particolare, la Direttiva estende l’obbligo di conservazione in modo indiscriminato a tutti i dati di traffico, senza fare alcuna distinzione in funzione delle categorie di dati conservati e/o delle persone interessate, avuto riguardo all’obiettivo perseguito.

La Direttiva non indica nemmeno i criteri in base ai quali gli Stati membri devono modulare la durata del periodo di conservazione da un minimo di 6 mesi a un massimo di 24 mesi, per garantire che tale durata non vada oltre lo stretto necessario.

Ulteriori profili di illegittimità sono stati rinvenuti nel fatto che all’interno della Direttiva mancano previsioni specifiche tanto sulle garanzie da adottare per evitare il rischio di accessi abusivi o utilizzo illecito dei dati di traffico conservati quanto sull’obbligo di conservare i dati all’interno dell’Unione europea.

Peraltro, nel dichiarare invalida la Direttiva 2006/24/CE, la Corte non ha limitato nel tempo gli effetti della propria decisione, come invece era stato richiesto dall’Avvocato Generale.

Resta quindi da capire quale sarà l’impatto della sentenza sulla normativa italiana che ha recepito la Direttiva 2006/24/CE.

Il testo della sentenza è disponibile qui.

Foro del consumatore applicabile anche ai contratti non conclusi a distanza

Il consumatore può agire in giudizio contro il professionista straniero dinanzi ai giudici nazionali anche quando il contratto non è stato concluso a distanza.

È quanto stabilito dalla Corte di Giustizia, con la sentenza del 6 settembre 2011 nella causa C-190/11, intervenendo sul tema del foro del consumatore stabilito dal Regolamento comunitario n. 44/2001.

All’art. 16 il Regolamento, derogando ai criteri generali sulla competenza giurisdizionale, stabilisce, tra l’altro, che il consumatore possa agire contro il professionista straniero dinanzi ai giudici dello Stato in cui è domiciliato, preferendo tale foro a quello dello Stato in cui è stabilita l’altra parte.

Questa particolare regola sulla competenza giurisdizionale, però, si applica solo a condizione che il professionista diriga la propria attività verso lo Stato in cui il consumatore ha il proprio domicilio.

Nella vicenda da cui ha tratto origine la questione pregiudiziale risolta dalla Corte di Giustizia, un cittadino austriaco, dopo alcuni contatti su internet con un venditore di auto tedesco, si era recato in Germania per l’acquisto dell’autovettura.

Tornato a casa e rilevati alcuni difetti del veicolo appena acquistato, il consumatore aveva quindi agito in giudizio dinanzi al giudice nazionale (ovvero quello del suo domicilio).

Il giudice adito, tuttavia, ha sollevato la questione pregiudiziale se l’attività del professionista straniero possa considerarsi diretta nei confronti dello Stato in cui il consumatore ha il proprio domicilio anche quando il contratto fra le parti non è concluso a distanza, come accaduto nella vicenda del cittadino austriaco che si era recato in Germania per comprare l’autovettura.

Pronunciandosi su tale questione, la Corte di Giustizia ha stabilito che per parlare di attività diretta verso lo Stato del domicilio del consumatore non è necessaria la conclusione a distanza del contratto, essendo invece sufficiente che il sito del professionista sia accessibile anche da tale Stato e che le parti stabiliscano un primo contatto a distanza, per esempio tramite telefonate o uno scambio di email.

La presenza di tali circostanze legittima quindi il consumatore a convenire in giudizio il professionista straniero dinanzi al proprio giudice nazionale.

Volo con più di tre ore di ritardo: la compagnia aerea deve risarcire

Con la sentenza del 23 ottobre 2012, emessa nelle cause riunite nn. 581/10 e 621/10, la Corte di Giustizia ha ribadito il principio già espresso nella decisione “Sturgeon”, secondo cui ai fini del riconoscimento dell’indennizzo in denaro previsto dal diritto dell’Unione europea, i passeggeri dei voli cancellati devono essere equiparati a quelli di voli con un ritardo di oltre tre ore rispetto al tempo di arrivo originariamente previsto, in quanto il disagio patito è sempre connesso ad una perdita di tempo.

La Corte di Giustizia ha quindi respinto le domande di alcune compagnie aeree, tra cui Lufthansa, Easyjet e British Airways, di precisare la portata della sentenza “Sturgeon” nel senso di escludere o comunque limitare l’obbligo avente ad oggetto il riconoscimento di una compensazione pecuniaria per i passeggeri di voli in ritardo di oltre tre ore.

In base al Regolamento (CE) n. 261/04 del Parlamento europeo e del Consiglio, così come interpretato dalla Corte di Giustizia, i passeggeri, qualora subiscano un ritardo pari o superiore alle tre ore, potranno quindi chiedere alla compagnia aerea una compensazione pecuniaria tra € 250,00 e € 600,00, salvo che il vettore aereo riesca a provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il ritardo prolungato e che pertanto quest’ultimo è legato a circostanze eccezionali poste al di fuori della sua normale sfera di controllo.

La Corte di Giustizia ha infine precisato che il principio in questione si applica retroattivamente anche alle fattispecie anteriori alla data di pubblicazione della sentenza in commento.