Approvato dal Senato il disegno di legge in tema di modifiche al reato di diffamazione a mezzo stampa

Il Dl diffamazione è arrivato al Senato lo scorso 9 ottobre. Niente più carcere, ma il testo prevede multe fino a 60mila euro. Ai giornali e periodici diffusi via web il giudice potrà richiedere la rimozione delle immagini e dei dati di chi si è sentito diffamato, introducendo così a livello normativo il tema del diritto all’oblio.

Le novità più rilevanti sono quindi le seguenti:

1)    In relazione alla diffamazione a mezzo stampa, la pena detentiva – attualmente prevista con la reclusione fino ad un anno – è sostituita da una sanzione pecuniaria fino a diecimila euro. La sanzione è aggravata, con una multa che va dai 10 ai 50mila euro, se la diffusione della notizia sia avvenuta con la consapevolezza della falsità della stessa.  La rettifica, se conforme a quanto prevede il testo, sarà valutata dal giudice come causa di non punibilità sia per il direttore responsabile, sia per l’autore dell’offesa. E’ altresì prevista l’interdizione da uno a sei mesi dalla professione solo in caso di recidiva reiterata.

2)    Ferma restando la rettifica, l’interessato può chiedere ai siti internet ed ai motori di ricerca, l’eliminazione dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione di legge.

3)    In tema di rettifica, la novella legislativa prevede che la stessa dovrà essere pubblicata gratuitamente, entro due giorni dalla ricezione della richiesta, senza risposta, senza commento e senza titolo, e menzionando titolo, data e autore dell’articolo da rettificare.

4)    Viene meno la responsabilità a titolo di colpa del direttore della testata, fuori ovviamente i casi di concorso con l’autore dell’articolo, tranne nel caso in cui il delitto sia conseguenza della violazione dei doveri di vigilanza della pubblicazione. La pena è comunque ridotta di un terzo, mentre è esclusa la pena accessoria dell’interdizione alla professione.

Il provvedimento, che ha ottenuto 170 voti a favore, 10 contrari e 47 astensioni, passa ora all’esame della Camera.

TripAdvisor e i “10 Hotel più sporchi del 2011”: per il giudice americano non si tratta di diffamazione

TripAdvisor non si è resa responsabile del reato di diffamazione nei confronti di un hotel presente nella classifica dei “10 Hotel più sporchi del 2011”.

È quello che ha stabilito il giudice il giudice Thomas Phillips della corte distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Orientale di Tennessee, relativamente ad una causa tra il noto sito web TripAdvisor e Kenneth Seaton, proprietario del Grand Resort Hotel and Convention Center in Tennessee, considerato dagli utenti di TripAdvisor come l’Hotel più sporco e, pertanto, inserito al primo posto della non lusinghiera classifica successivamente ripresa e diffusa da molte testate giornalistiche.

TripAdvisor, per chi non lo conoscesse, è una grande community sul turismo che raccoglie recensioni su hotel, ristoranti ed attrazioni turistiche. Il suo funzionamento è molto semplice: gli utenti possono rendere pubblici i propri feedback su servizi di cui avrebbero (presumibilmente) usufruito. Sulla base di questi feedback poi, TripAdvisor pubblica varie liste, rapporti o classifiche relative ad hotel, località turistiche ed altre aziende del settore.

Tornando al caso cin questione, il titolare dell’Hotel lamentava che la pubblicazione della predetta classifica avesse damaged and destroyed (danneggiato e distrutto) la reputazione e la fiducia che gli utenti riponevano nella sua attività e che quindi TripAdvisor fosse responsabile del reato di diffamazione. Il giudice, però, non è giunto alla stessa conclusione.

Per lo Stato del Tennessee si ha diffamazione quando viene pubblicata consapevolmente o con negligenza una dichiarazione falsa e diffamante che può riscontrarsi in due casi: o una dichiarazione di fatti fuorvianti e falsi oppure l’espressione di un’opinione che abbia una base realmente diffamatoria.

Secondo la Corte, quindi, per poter decidere se la classifica di TripAdvisor in questione fosse o meno diffamatoria era necessario chiedersi se una persona ragionevole, leggendola, potesse considerarla come un’affermazione di fatti oggettivi o, al contrario, come una semplice opinione un po’ esagerata.

Si legge infatti nella decisione:

“A reasonable person would not confuse a ranking system, which uses consumer reviews as its litmus, for an objective assertion of fact; the reasonable person, in other words, knows the difference between a statement that is ‘inherently subjective’ and one that is ‘objectively verifiable”

e ancora, con un pizzico di ironia

“A person who is unable to distinguish the phrase “it is hot,” a subjective opinion, from “it is one-hundred degrees,” an objective fact, is hardly “reasonable.” Similarly, TripAdvisor’s “Dirtiest Hotels” list is clearly unverifiable rhetorical hyperbole”.

Secondo il giudice, quindi, l’utente medio è in grado di riconoscere perfettamente un sistema di classificazione basato sulle opinioni degli utenti da una situazione oggettivamente verificata e pertanto la classifica di TripAdvisor, anche qualora fosse fondata su valutazioni errate, non si può considerare come lesiva della reputazione e del nome commerciale dell’Hotel. E ancora questa frase esemplifica quello che è il pensiero del giudice:

“It does not appear to the Court that a reasonable person could believe that TripAdvisor’s article reflected anything more than the opinions of TripAdvisor’s millions of online users.”

Per ciò che riguarda l’affidabilità e la possibilità di valutare le opinioni degli utenti, non molto tempo fa l’ASA (Advertising Standards Autority), l’Autorità Pubblicitaria UK, ha espresso un’importante pronuncia a seguito di una denuncia dell’azienda Kwikchex, sancendo che TripAdvisor non deve inserire sul proprio sito riferimenti all’affidabilità delle recensioni dei membri della community, vista l’impossibilità di un controllo sulla veridicità delle stesse e sull’affidabilità degli utenti.

La decisione dell’ASA, seppur pronunciata contro TripAdvisor, è stata considerata dalla Corte del Tennessee quale ulteriore conferma del fatto che nella community in questione sono raccolte delle mere opinioni e non dei fatti oggettivamente verificati.

Non è la prima volta che TripAdvisor finisce nel mirino dei giudici. Se, però, nel caso Kenneth Seaton ha avuto la meglio, la nota community nel 2011 è stata condannata dal Tribunale di Parigi (insieme ad Expedia ed Hotels.com) al pagamento di 430 mila Euro per aver messo in atto pratiche sleali ed ingannevoli, pubblicando opinioni anonime e informazioni errate che indirizzavano gli utenti verso alberghi con i quali intrattenevano rapporti commerciali.