Al via il primo seminario di E-Lex e Fabrique du Cinéma

Al via a Roma il primo seminario Fabrique du Cinéma dedicato ad attori, autori e produttori per districarsi nella giungla dei contratti cinematografici, a cura di E-Lex. Special guest:Francesca Valtorta

La firma del primo contratto per tanti giovani autori, attori e persino produttori è un momento estremamente delicato: tante sono le incognite e districarsi tra postille, cavilli e rescissioni a volte può rivelarsi un’impresa ardua. Non è una coincidenza che numerosi personaggi del mondo dello spettacolo si affidino a professionisti del settore per la tutela del loro lavoro e della loro immagine.

Indubbiamente per un artista alle prime armi una tale consulenza può risultare troppo onerosa, ed è per questo che Fabrique du Cinéma ha organizzato il primo seminario gratuito su Cinema e Contratti in collaborazione con i legali dello studio E-Lex.

Tenuto dall’avvocato Giovanni Maria Riccio, il convegno verterà su alcuni temi-cardine quando si parla di accordi legali: le clausole di esclusiva, i diritti di immagine, di opzione e di prelazione, il pay-or-play e il right of first refusal, il deposito e la tutela dal plagio e tanto altro.

L’incontro si terrà venerdì 3 marzo 2017 alle ore 17.30 presso la sede di E-Lex di via dei Barbieri 6 a Roma, e avrà come ospite speciale Francesca Valtorta (Baciami ancora, Immaturi-il viaggio, Braccialetti rossi, Squadra antimafia).

Al termine del seminario è previsto un buffet a cura di Alchimia Foodlab.

Corte di Giustizia e opere fuori commercio

La sentenza della Corte di Giustizia sulle opere fuori commercio (causa C‑301/15, Soulier e Doke) è senza dubbio destinata ad avere un impatto significativo e non solo sull’ordinamento francese, direttamente investito dal caso.

Il Conseil d’État, con decisione del 6 maggio 2015, ha rimesso alla Corte di Giustizia la domanda di pronuncia pregiudiziale sull’interpretazione degli artt. 2 e 5 della direttiva 2001/29/CE (direttiva c.d. InfoSoc) in relazione al Decreto n. 2013-182, del 27 febbraio 2013, recante applicazione degli articoli da L. 134-1 a L. 134-9 del Codice della proprietà intellettuale. Gli articoli in questione, introdotti in Francia dalla Legge del 1 marzo 2012 sullo sfruttamento digitale dei libri non disponibili del XX secolo, prevedevano la possibilità della digitalizzazione di massa per le opere letterarie fuori commercio e pubblicate prima del 2001.

La legge francese prevede che le collecting society rappresentative possano autorizzare le biblioteche a digitalizzare tali opere e a metterle a disposizione del pubblico per mezzo di una banca dati pubblica. È appena il caso di ricordare che tali opere, pur essendo fuori commercio, sono ancora coperte da diritti d’autore: la legge, quindi, in caso di disaccordo, riconosce all’autore o all’editore, in caso di disaccordo, la facoltà di notificare alla collecting society la propria volontà di escludere dalla banca dati anzidetta le opere di cui detengono i diritti. Tale comunicazione deve avvenire entro sei mesi dall’inserimento dell’opera nella predetta banca dati.

Il quesito affrontato dalla Corte di Giustizia è essenzialmente questo: una legge che consenta alle collecting society la facoltà di autorizzare la riproduzione e la comunicazione al pubblico delle opere è in contrasto con gli artt. 2 e 5 della direttiva InfoSoc, che concedono invece detta facoltà agli autori e non agli organismi che gestiscono collettivamente i loro diritti?

La risposta della Corte, in linea con l’opinione dell’Avvocato Generale del luglio scorso, è affermativa. È necessario, quindi, il consenso del titolare del diritto (autore o editore) per l’inserimento dell’opera nella banca dati.

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IVA sulle traduzioni letterarie: il chiarimento dell’Agenzia delle Entrate

L’Agenzia delle entrate, con provvedimento del 20 luglio scorso – pronunciato nell’ambito di un procedimento di opposizione – ha chiarito un aspetto controverso relativo al pagamento dell’IVA in caso di contratti aventi ad oggetto la cessione dei diritti d’autore.

Nel caso sottoposto all’attenzione dell’Agenzia delle entrate, il quesito verteva sull’applicabilità dell’art. 3, comma 4, lett. a) del D.P.R. n. 633/1972 ai traduttori. La norma citata stabilisce che non sono da considerarsi prestazioni di servizi soggette a IVA “cessioni, concessioni, licenze e simili relative a diritti d’autore effettuate dagli autori e loro eredi o legatari”.

La soluzione a tale problematica passa per il corretto inquadramento professionale dell’attività di traduzione. Sul punto, occorre osservare che i traduttori editoriali, così come gli altri traduttori (es. i cc.dd. traduttori tecnici), non sono annoverabili tra i liberi professionisti e la loro attività non rientra nel regime del rapporto di lavoro autonomo (ex artt. 2222-2238 cod. civ.); al contrario, i traduttori sono da considerarsi autori, la cui attività è regolata dalla Legge n. 633/1941 sul diritto d’autore e, in particolare, dall’art. 4 della legge stessa, che testualmente afferma che

Senza pregiudizio dei diritti esistenti sull’opera originaria, sono altresì protette le elaborazioni di carattere creativo dell’opera stessa, quali le traduzioni in altra lingua, le trasformazioni da una all’altra forma letteraria od artistica, le modificazioni ed aggiunte che costituiscono un rifacimento sostanziale dell’opera originaria, gli adattamenti, le riduzioni, i compendi, le variazioni non costituenti opera originale”. Il successivo art. 7 della l.d.a. prosegue ribadendo che “è considerato autore delle elaborazioni l’elaboratore, nei limiti del suo lavoro”.

È appena il caso di ricordare, poi, che oltre dalla normativa italiana, la natura autoriale dell’attività dei traduttori è riconosciuta, a livello internazionale, a partire dalla “Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche” in vigore sin dal 1886 (di cui l’Italia è stata tra i primi firmatari). L’art. 2 di tale Convenzione recita:

“Si proteggono come opere originali, senza pregiudizio dei diritti dell’autore dell’opera originale, le traduzioni, gli adattamenti, le riduzioni musicali e le altre trasformazioni di un’opera letteraria o artistica”.

Il carattere creativo delle traduzioni editoriali è però sancito non solo dalla lettera della legge, ma altresì dalla giurisprudenza la quale ritiene, in maniera pressoché unanime, che, in particolare, le traduzioni in altra lingua, sono tutelate dal diritto d’autore, in quanto tale attività, lungi dall’essere un mero esercizio meccanico di sovrapposizione delle parole tradotte dall’uno all’altro idioma, consiste, in realtà, in un lavoro inventivo e creativo di notevole sforzo intellettuale da parte del traduttore che deve interpretare l’opera originaria e operare una scelta tra le parole e le frasi che meglio corrispondono a quelle usate nel testo originario in modo tale da attribuirgli il senso più conforme e fedele a quello voluto dall’autore originale (cfr., ex ceteris, Trib. Torino, 24.7.1995, ma v. anche App. Roma, 01.6.2009).

L’appartenenza delle traduzioni nel novero delle opere protette dal diritto d’autore viene specificata, inoltre, dalla Circolare Ministeriale n. 147/E del 10 giugno 1998 del Ministero di Economia e Finanza in cui si afferma che

“le traduzioni di opere dell’ingegno rientrano, in quanto tali, tra le opere protette dalla Legge sul diritto d’autore, senza pregiudizio dei diritti esistenti sull’opera originaria, in quanto trattasi di un’elaborazione di carattere creativo dell’opera originaria”.

La medesima Circolare precisa poi che

“le traduzioni di testi diversi da quelli letterari ed artistici, anche di testi o documenti di natura commerciale, come pure quelle di interpretariato, hanno contenuto intellettivo simile a quello delle traduzioni di opere oggetto del diritto d’autore, in quanto, come detto, realizzano comunque un prodotto di elaborazione linguistico e possono considerarsi rientranti tra le operazioni similari di cui all’art. 3 del D.P.R 633/1972”.

Alla luce di tale ricostruzione, non può che essere salutato con estremo favore l’intervento chiarificatore dell’Agenzia delle entrate che, risolvendo un punto che era (invero stranamente, considerando il quadro legislativo) controverso, ha finalmente decretato che, ai corrispettivi previsti contrattualmente per la cessione dei diritti d’autore, non possa essere applicata l’IVA.

Per la lettura dell’intero articolo si rimanda al link: http://www.marchiebrevettiweb.it/angolo-del-professionista/7032-cessione-dei-diritti-d-autore-dei-traduttori-e-assoggettamento-ad-iva-l-agenzia-delle-entrate-fa-finalmente-chiarezza.html

 

AGCM: il monopolio SIAE è inattuale, il Parlamento ci ripensi

“L’Autorità rileva che in un contesto economico caratterizzato da profondi cambiamenti tecnologici la mancata apertura del mercato nazionale della gestione dei diritti limita la libertà d’iniziativa economica degli operatori e la libertà di scelta degli utilizzatori. Il mantenimento del monopolio legale appare, infatti, in contrasto con l’obiettivo di rendere effettiva la libertà dei titolari del diritto di effettuare una scelta tra una pluralità di operatori in grado di competere con l’incumbent senza discriminazioni.
Il regime di riserva delineato dall’articolo 180 LDA, peraltro, esclude la possibilità per organismi alternativi alla SIAE di operare in ambito nazionale, costringendoli a stabilirsi presso altri Stati membri per sfruttare le opportunità offerte dalla Direttiva in parola”.

È quanto ha affermato l’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, in un parere reso e consegnato al Presidente del Senato, al Presidente della Camera dei Deputati e al Presidente del Consiglio dei Ministri sulla gestione collettiva dei diritti d’autore e dei diritti connessi e sulla concessione di licenze multiterritoriali per i diritti su opere musicali per l’uso online nel mercato interno.

In poche parole, sul famigerato “monopolio” della SIAE e sull’imminente recepimento della Direttiva Barnier, la normativa comunitaria che si occupa delle società di gestione collettiva del diritto d’autore. Un tema di cui si sta discutendo molto nelle ultime settimane, sia per lo “schiaffo” prima di Fedez e poi di Gigi D’Alessio, che hanno abbandonato la monopolista italiana per approdare ad una collecting society inglese, sia, appunto, per l’imminente recepimento della direttiva comunitaria.

Direttiva che dovrebbe essere trasposta nell’ordinamento italiano con la legge delega per il recepimento delle direttive europee del 2015: al momento, il disegno di legge è stato approvato dalla Camera, è in corso di esame in Commissione Cultura al Senato e dovrà poi essere approvato da quest’ultimo. Però, di abolizione del monopolio non se ne parla. Molti parlamentari, appartenenti a contrapposti schieramenti politici, stanno provando a formulare proposte alternative, finalizzate al ripensamento dell’assetto legislativo e ad una radicale riforma di una società che, a troppi e da troppo tempo, appare inefficiente e poco trasparente.

Le conclusioni cui perviene l’Autorità Antitrust sono assolutamente condivisibili e superano la discussione tra difensori del monopolio e antimonopolisti, fotografando correttamente la situazione attuale.

La direttiva – ma già la decisione CISAC della Commissione europea – consentono a società straniere di operare in Italia nel mercato della gestione collettiva del diritto d’autore. Ciò significa che l’unico effetto del diritto di esclusiva – comunemente, ma impropriamente qualificato monopolio – consiste nell’impedire a società italiane di operare in un mercato in cui, invece, sono già attive società straniere. In altri termini, quello che l’Antitrust – tra le altre cose – rimarca è che se un soggetto italiano vuole intermediare i diritti d’autore deve necessariamente stabilirsi all’estero, con un danno evidente per l’economia nazionale.

Un paradosso di cui è stato lungamente scritto nell’oramai lontano 2012, quando la direttiva Barnier era ancora in discussione, e che aveva indotto in tanti a ritenere l’art. 180 della legge sul diritto d’autore, nei fatti, già superato.

La speranza, adesso, è che il Parlamento faccia proprio il monito dell’AGCM. La strada è stata chiaramente indicata: diversamente, perseverando in un’ostinata difesa dell’attuale assetto legislativo, si corre il rischio di rinviare un problema che necessita, obiettivamente, di altra soluzione.

DISCLAIMER
Per  trasparenza si avvertono i lettori che lo Studio E-Lex assiste una società concorrente della SIAE.

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SMAU / Startup e diritto: cosa bisogna sapere?

Venerdì mattina alle ore 10, presso lo SMAU di Padova, il prof. Riccio terrà una relazione su “Startup e diritto: cosa bisogna sapere?”.

L’avvio di startup pone una serie di tematiche giuridiche che devono essere affrontate in modo adeguato per definire le scelte strategiche ed impostare le corrette metodologie operative e commerciali. (altro…)

Udienza in Corte di Giustizia per l’equo compenso

Si è tenuta ieri, presso la Corte di Giustizia, l’udienza della controversia Nokia Italia and Others (Case C-110/15) relativa alla conformità al diritto comunitario della legislazione italiana in materia di equo compenso. Nel procedimento in questione, E-Lex ha assistito un’importante associazione di consumatori, che rivendica l’eccessività delle tariffe – almeno rispetto al passato e rispetto a quelle previste in altri Paesi europei – per la c.d. copia privata effettuata attraverso smartphone, tablet, PC, pennette USB ed altri analoghi dispositivi e supporti.

YouTube non è responsabile per le violazioni del copyright dei suoi utenti

Il Tribunale di Monaco ha stabilito che YouTube non è responsabile per le violazioni del copyright commesse dai propri utenti. La società americana era stata citata in giudizio dalla GEMA, società di gestione collettiva dei diritti d’autore, la quale aveva osservato che YouTube otterrebbe enormi benefici economici dallo sfruttamento dei video caricati dagli utilizzatori della piattaforma.

Le dichiarazioni rese dalla GEMA all’indomani della decisione sono disponibili qui.

Opere orfane: al via l’utilizzo in digitale e online

Con il decreto legislativo 10 novembre 2014, n. 163 – pubblicato in Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 261 – è stata recepita la Direttiva 2012/28/UE sugli usi consentiti di opere orfane, ovvero di quelle opere creative protette dal diritto d’autore in relazione alle quali non è nota la paternità, ovvero non sono noti i titolari dei diritti di proprietà intellettuale.

La Direttiva trae origine dalla Raccomandazione del 2006 sulla digitalizzazione online, il cui principale obiettivo era quello di preservare il patrimonio culturale esistente, consentendogli la massima accessibilità da parte dei cittadini europei.

La discrasia tra la durata dei diritti d’autore (settant’anni dopo la morte dell’autore dell’opera) e la vita commerciale delle opere è nota: la maggior parte delle opere letterarie e scientifiche, che arricchiscono il patrimonio delle biblioteche, dopo qualche anno (in media cinque) sono fuori commercio. Opere, quindi, che sono difficilmente reperibili dagli utenti e che non determinano alcun ritorno economico per gli autori e per gli altri titolari dei diritti sulle opere stesse.

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AGCOM: sul Regolamento deciderà la Corte Costituzionale

Con Ordinanza n. 10016/2014, depositata in Cancelleria poche ore fa, la Prima Sezione del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, ha disposto la sospensione, con immediato rinvio alla Corte Costituzionale, del giudizio promosso da ANSO, FEMI e Open Media Coalition contro l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ed avente ad oggetto la legittimità del “Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica”.

Gli avvocati Guido Scorza, Ernesto Belisario e Maria Laura Salvati, firmatari del ricorso, avevano infatti sollevato la questione di legittimità costituzionale, evidentemente condivisa dai giudici del Tar Lazio.

A termine di una lunga ed articolata motivazione, il Tribunale ha dichiarato “rilevante e non manifestamente infondata la questone di legittimità costituzionale dell’art. 5 comma1, e degli artt. 14, comma 3, 15, comma 2, e 16, comma 3, del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, nonché del comma 3 dell’art. 32 bis del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, come introdotto dall’art. 6 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 44, in relazione agli articoli 2, 21, I e IV comma, 24 e 41 della Costituzione”. Ha dichiarato “altresì rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale delle medesime disposizioni in relazione agli articoli 21, II, III e IV comma, 24 e 25, I comma, della Costituzione”.

La parola, pertanto, passa alla Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi sul contrasto tra la normativa che avrebbe legittimato AGCOM ad emanare il Regolamento impugnato e le disposizioni della nostra Costituzione.

Biblioteche libere di digitalizzare le opere in catalogo?

Le biblioteche possono digitalizzare i libri che hanno in catalogo e porli a disposizione degli utenti, in versione digitale, attraverso appositi terminali, consentendo, peraltro, a questi ultimi di stamparne copie negli stessi limiti ed alle stesse condizioni, nel rispetto dei quali, è già possibile fotocopiare le edizioni cartacee.

E’ questa la sintesi delle conclusioni dell’Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea in un procedimento di straordinario rilievo al quale, infatti, stanno partecipando – oltre alle parti del giudizio all’origine della controversia – numerosi Governi, tra i quali quello italiano e, soprattutto, le associazioni europee più rappresentative di biblioteche e editori.

La “pietra europea dello scandalo” è rappresentata dalla decisione di una biblioteca tedesca di porre a disposizione dei suoi utenti, previa digitalizzazione, la copia di un testo scientifico, autorizzando, addirittura, i propri utenti ad estrarne copie su una pennetta USB.

La casa editrice del testo in questione ha reagito citando in giudizio la biblioteca e contestandole la violazione dei propri diritti d’autore specie in ragione del fatto che la stessa biblioteca aveva rifiutato di accettare una proposta formulatale dall’editore di acquisto di licenze per la versione digitale del testo in questione.

Si è arrivati così davanti ai Giudici della Corte di Giustizia ai quali, nei giorni scorsi, l’Avvocato Generale ha suggerito di considerare il diritto di riproduzione in digitale – ovvero di digitalizzazione – esercitato al fine di rendere fruibile un’opera cartacea attraverso i terminali della biblioteca come parte integrante del diritto di comunicazione al pubblico e, dunque, della libera utilizzazione – rispetto a tale ultimo diritto – espressamente prevista per le biblioteche.

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