Biblioteche libere di digitalizzare le opere in catalogo?

Le biblioteche possono digitalizzare i libri che hanno in catalogo e porli a disposizione degli utenti, in versione digitale, attraverso appositi terminali, consentendo, peraltro, a questi ultimi di stamparne copie negli stessi limiti ed alle stesse condizioni, nel rispetto dei quali, è già possibile fotocopiare le edizioni cartacee.

E’ questa la sintesi delle conclusioni dell’Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea in un procedimento di straordinario rilievo al quale, infatti, stanno partecipando – oltre alle parti del giudizio all’origine della controversia – numerosi Governi, tra i quali quello italiano e, soprattutto, le associazioni europee più rappresentative di biblioteche e editori.

La “pietra europea dello scandalo” è rappresentata dalla decisione di una biblioteca tedesca di porre a disposizione dei suoi utenti, previa digitalizzazione, la copia di un testo scientifico, autorizzando, addirittura, i propri utenti ad estrarne copie su una pennetta USB.

La casa editrice del testo in questione ha reagito citando in giudizio la biblioteca e contestandole la violazione dei propri diritti d’autore specie in ragione del fatto che la stessa biblioteca aveva rifiutato di accettare una proposta formulatale dall’editore di acquisto di licenze per la versione digitale del testo in questione.

Si è arrivati così davanti ai Giudici della Corte di Giustizia ai quali, nei giorni scorsi, l’Avvocato Generale ha suggerito di considerare il diritto di riproduzione in digitale – ovvero di digitalizzazione – esercitato al fine di rendere fruibile un’opera cartacea attraverso i terminali della biblioteca come parte integrante del diritto di comunicazione al pubblico e, dunque, della libera utilizzazione – rispetto a tale ultimo diritto – espressamente prevista per le biblioteche.

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Secondo la Cassazione non è configurabile il reato di stampa clandestina per le testate online

Con la sentenza n. 23230 del 10 maggio 2012 la Cassazione ha stabilito che l’omessa registrazione della testata online non configura il reato di stampa clandestina previsto dall’art. 16 della Legge 8 febbraio 1948, n. 47.

Secondo la Corte, infatti, il reato in questione riguarderebbe esclusivamente i prodotti stampati, come definiti dall’art. 1 della Legge n. 47/1948, tra i quali non rientrano i giornali telematici in difetto di un’attività di carattere tipografico e della destinazione al pubblico del risultato di tale attività.

D’altra parte, la Cassazione ha poi chiarito che la possibilità di registrare anche la testata telematica, prevista espressamente dalla Legge 7 marzo 2001, n. 62, ha una valenza esclusivamente amministrativa, configurandosi come un onere a carico degli editori interessati a conseguire i contributi e le provvidenze stabilite a favore dell’editoria.

La decisione della Corte trae origine dalla vicenda del noto blogger siciliano, Carlo Ruta, accusato prima e poi condannato in primo e secondo grado per il reato di stampa clandestina a seguito della mancata registrazione della testata telematica.

Dopo circa 6 anni la Cassazione ha invece assolto definitivamente il Sig. Ruta sul presupposto che il reato in questione non è configurabile per i prodotti editoriali telematici.

Resta da comprendere se il principio affermato dalla Corte di Cassazione è ancora valido dopo l’entrata in vigore della legge di conversione del D. L. 18 maggio 2012 n. 63, secondo cui le testate periodiche diffuse esclusivamente online non sono soggette all’obbligo di registrazione alla duplice condizione che gli editori non abbiano, da un lato, fatto richiesta per contributi o altre provvidenze e, dall’altro conseguito ricavi annui superiori a Euro 100.000.

Anche in questo caso, peraltro, l’obbligo di registrazione potrebbe avere una valenza esclusivamente amministrativa, senza conseguenze di ordine penale connesse alla sua violazione; il condizionale è tuttavia d’obbligo almeno sino a quando non si avrà una nuova pronunzia sul punto.