Booking.com rinuncia [in parte] al miglior prezzo garantito

L’Autorità Garante per la concorrenza ed il mercato ha pubblicato lo scorso 15 dicembre gli impegni che Booking.com – la popolare piattaforma di prenotazioni alberghiere online – si è dichiarata disponibile ad assumere, pur senza riconoscere, evidentemente, alcuna propria responsabilità, per far cadere le contestazioni di violare le regole della concorrenza mossele dalla nostra Authority e da alcune sue omologhe di altri Paesi.

All’origine di tali contestazioni, in particolare, la clausola c.d. Most Favored Nation – in acronimo MFN – attualmente contenuta nelle condizioni generali che legano Booking ai gestori degli Hotel e che impegnano questi ultimi ad offrire ai clienti che prenotano attraverso la piattaforma un prezzo eguale o migliore rispetto a quello praticato su ogni altro canale di vendita diretto o indiretto.

L’effetto restrittivo della concorrenza di tale clausola, secondo le contestazioni mosse dall’Authority, sarebbe amplificato dalla clausola presente nelle condizioni generali che disciplinano il rapporto tra Booking ed i clienti finali in forza della quale i gestori degli hotel sarebbero tenuti al rimborso qualora un cliente trovi, al di fuori di Booking, un’offerta migliore di quella riservatagli in sede di prenotazione online.

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TripAdvisor e i “10 Hotel più sporchi del 2011”: per il giudice americano non si tratta di diffamazione

TripAdvisor non si è resa responsabile del reato di diffamazione nei confronti di un hotel presente nella classifica dei “10 Hotel più sporchi del 2011”.

È quello che ha stabilito il giudice il giudice Thomas Phillips della corte distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Orientale di Tennessee, relativamente ad una causa tra il noto sito web TripAdvisor e Kenneth Seaton, proprietario del Grand Resort Hotel and Convention Center in Tennessee, considerato dagli utenti di TripAdvisor come l’Hotel più sporco e, pertanto, inserito al primo posto della non lusinghiera classifica successivamente ripresa e diffusa da molte testate giornalistiche.

TripAdvisor, per chi non lo conoscesse, è una grande community sul turismo che raccoglie recensioni su hotel, ristoranti ed attrazioni turistiche. Il suo funzionamento è molto semplice: gli utenti possono rendere pubblici i propri feedback su servizi di cui avrebbero (presumibilmente) usufruito. Sulla base di questi feedback poi, TripAdvisor pubblica varie liste, rapporti o classifiche relative ad hotel, località turistiche ed altre aziende del settore.

Tornando al caso cin questione, il titolare dell’Hotel lamentava che la pubblicazione della predetta classifica avesse damaged and destroyed (danneggiato e distrutto) la reputazione e la fiducia che gli utenti riponevano nella sua attività e che quindi TripAdvisor fosse responsabile del reato di diffamazione. Il giudice, però, non è giunto alla stessa conclusione.

Per lo Stato del Tennessee si ha diffamazione quando viene pubblicata consapevolmente o con negligenza una dichiarazione falsa e diffamante che può riscontrarsi in due casi: o una dichiarazione di fatti fuorvianti e falsi oppure l’espressione di un’opinione che abbia una base realmente diffamatoria.

Secondo la Corte, quindi, per poter decidere se la classifica di TripAdvisor in questione fosse o meno diffamatoria era necessario chiedersi se una persona ragionevole, leggendola, potesse considerarla come un’affermazione di fatti oggettivi o, al contrario, come una semplice opinione un po’ esagerata.

Si legge infatti nella decisione:

“A reasonable person would not confuse a ranking system, which uses consumer reviews as its litmus, for an objective assertion of fact; the reasonable person, in other words, knows the difference between a statement that is ‘inherently subjective’ and one that is ‘objectively verifiable”

e ancora, con un pizzico di ironia

“A person who is unable to distinguish the phrase “it is hot,” a subjective opinion, from “it is one-hundred degrees,” an objective fact, is hardly “reasonable.” Similarly, TripAdvisor’s “Dirtiest Hotels” list is clearly unverifiable rhetorical hyperbole”.

Secondo il giudice, quindi, l’utente medio è in grado di riconoscere perfettamente un sistema di classificazione basato sulle opinioni degli utenti da una situazione oggettivamente verificata e pertanto la classifica di TripAdvisor, anche qualora fosse fondata su valutazioni errate, non si può considerare come lesiva della reputazione e del nome commerciale dell’Hotel. E ancora questa frase esemplifica quello che è il pensiero del giudice:

“It does not appear to the Court that a reasonable person could believe that TripAdvisor’s article reflected anything more than the opinions of TripAdvisor’s millions of online users.”

Per ciò che riguarda l’affidabilità e la possibilità di valutare le opinioni degli utenti, non molto tempo fa l’ASA (Advertising Standards Autority), l’Autorità Pubblicitaria UK, ha espresso un’importante pronuncia a seguito di una denuncia dell’azienda Kwikchex, sancendo che TripAdvisor non deve inserire sul proprio sito riferimenti all’affidabilità delle recensioni dei membri della community, vista l’impossibilità di un controllo sulla veridicità delle stesse e sull’affidabilità degli utenti.

La decisione dell’ASA, seppur pronunciata contro TripAdvisor, è stata considerata dalla Corte del Tennessee quale ulteriore conferma del fatto che nella community in questione sono raccolte delle mere opinioni e non dei fatti oggettivamente verificati.

Non è la prima volta che TripAdvisor finisce nel mirino dei giudici. Se, però, nel caso Kenneth Seaton ha avuto la meglio, la nota community nel 2011 è stata condannata dal Tribunale di Parigi (insieme ad Expedia ed Hotels.com) al pagamento di 430 mila Euro per aver messo in atto pratiche sleali ed ingannevoli, pubblicando opinioni anonime e informazioni errate che indirizzavano gli utenti verso alberghi con i quali intrattenevano rapporti commerciali.