Start up e diritto: cosa bisogna sapere?

In questo video, pubblicato da SMAU Academy, Giovanni Maria Riccio, socio dello studio e-Lex spiega i principi giuridici della start-up.

 

Gli Apple store sono un marchio

Senza titoloLo stile, il layout, i colori, l’impostazione e l’organizzazione di servizi e personale degli Apple Store, i bellissimi negozi della Apple, rapidamente diventati luogo di culto degli appassionati di tecnologia – che siano interessati o meno all’acquisto dei prodotti della mela morsicata – rappresentano un segno distintivo capace non solo di contraddistinguere i prodotti di Cupertino ma, più in generale, un’attività commerciale nella quale vengano erogati servizi di vendita analoghi a quelli caratteristici degli Apple store.

E’ questo il principio stabilito dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in una recentissima decisione dello scorso 10 luglio con la quale ha, in sostanza, riconosciuto alla Apple il diritto – che l’ufficio marchi tedesco le aveva negato – a registrare il “layout” dei propri negozi come marchio per contraddistinguere, così come richiesto dalla società di Cupertino «servizi di vendita al dettaglio relativi a computer, software, periferiche, telefoni portatili, elettronica di consumo e accessori, nonché dimostrazioni di prodotti correlati».

La Corte di Giustizia, dopo aver ricordato, anzitutto, che, per poter costituire un marchio, l’oggetto della domanda di registrazione deve, ai sensi della direttiva sui marchi, soddisfare tre condizioni, ossia deve in primo luogo costituire un segno, in secondo luogo poter essere riprodotto graficamente e in terzo luogo essere atto a distinguere i «prodotti» o i «servizi» di un’impresa da quelli di altre imprese, ha stabilito che “la rappresentazione, con un semplice disegno privo di qualsiasi indicazione delle dimensioni e delle proporzioni, dell’allestimento di uno spazio di vendita può essere registrata come marchio per servizi che, pur riguardando prodotti, non costituiscono parte integrante della messa in vendita dei medesimi, a condizione che tale rappresentazione sia atta a distinguere i servizi di chi richiede la registrazione da quelli di altre imprese e che non vi osti alcun altro impedimento alla registrazione”.

I concorrenti della creatura di Steve Jobs sono avvisati: provare ad imitare i negozi-bandiera della società della mela morsicata può costare molto caro perché grandi vetrine in cristallo, tavoli rettangolari con in esposizione piccoli e grandi gioielli tecnologici e simpatici ragazzi in maglietta colorata pronti ad accogliere i clienti e dare suggerimento sono elementi essenziali del marchio di casa Apple.

Qui il testo integrale della decisione.

Importante pronuncia sulla sponsorizzazione dei propri siti mediante marchio altrui

È lecito l’utilizzo di espressioni corrispondenti al marchio di un concorrente per sponsorizzare il link al proprio sito?

La Corte di Cassazione francese ha risposto in modo affermativo a tale domanda, ponendo fine, almeno in Francia, a una querelle giuridica di lungo corso sul diritto della concorrenza in rete.

La questione è nota per essere stata più volte oggetto di attenzione da parte degli addetti ai lavori: un’azienda compra dai motori di ricerca espressioni corrispondenti a marchi famosi di altre società concorrenti per sponsorizzare il link al proprio sito internet; quando un utente digita nel motore di ricerca la parola chiave corrispondente al marchio, tra i link sponsorizzati compare anche quello dell’azienda che ha scelto il marchio altrui per fare pubblicità al proprio sito.

In Italia un comportamento del genere è generalmente ricondotto nell’ambito della concorrenza sleale, almeno per quanto riguarda la posizione della società che acquista il servizio di sponsorizzazione.

Non così in Francia. La Corte di Cassazione ha infatti respinto l’azione proposta da una società francese contro Google e un suo concorrente per impedire a tali soggetti, rispettivamente, di vendere ed acquistare espressioni corrispondenti al proprio marchio per fare pubblicità al sito di un concorrente.

Per i giudici francesi, l’attività in questione è perfettamente lecita all’unica condizione che non si crei un rischio di confusione per gli utenti.

Tale rischio, però, ad avviso della Corte, non sussiste con riferimento al servizio Adwords di Google, in quanto il suo funzionamento consente all’utente di rendersi conto che, nonostante l’inserimento nel motore di ricerca di una parola corrispondente a un noto marchio commerciale, i link sponsorizzati restituiti tra i risultati della ricerca potrebbero appartenere anche a società concorrenti senza alcun collegamento con il titolare del marchio.

Resta ora da capire se il principio affermato dalla giurisprudenza francese comincerà a farsi strada anche all’interno di altri ordinamenti europei.

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